Persona con deficit come “servitore”

ott 27th, 2012 | By | Category: Pastorale Vocazionale

 ”Io sto in mezzo a voi come un servo”, dice Gesù. “E chi è più importante, chi sta a tavola o chi serve in tavola?” (Lc 22,27). Considerando che è il Signore a servire, concludiamo che “il più importante” è colui che serve di più. C’è soltanto un modo di servire, oppure esistono diversi modi? Ricordiamo la famosa poesia di John Milton sulla sua cecità: “servono Dio anche coloro i quali si limitano a stare in attesa di Lui.”

Io faccio parte del numeroso gruppo che si è formato intorno a don Edelwais Montanari, parroco di Prunaro (un paese in provincia di Bologna) che da circa trent’anni si interessa di persone cosiddette disabili. È un gruppo di amici che si trova in alcuni momenti stabiliti: tutti i venerdì sera, una domenica al mese e soprattutto una settimana d’estate. La prima volta che partecipai a questa vacanza, nel 1979, don Edelwais prese da parte i ragazzi disabili e disse: “Anche voi handy potete e dovete servire il vostro prossimo, perché il servizio non consiste solamente nel fare qualcosa, ma anche nel farsi aiutare con pazienza, senza arrabbiarsi per le eventuali deficienze dell’amico operatore. Anche gli operatori, infatti, hanno dei problemi, delle difficoltà, e voi potete aiutarli a sopportarle”.

Questo discorso rappresentava un passo avanti rispetto alla mentalità assistenzialistica, ma si basava ancora sulla divisione tra handicappati e non handicappati. In un gruppo molto unito come quello di don Edelwais questo atteggiamento non crea particolari problemi, ma in altri contesti impone una distanza per cui le persone con deficit si ritrovano a vivere una vita emarginata.

È necessario compiere un ulteriore passo avanti e arrivare a comprendere che ogni persona ha dei deficit che richiedono l’aiuto degli altri. D’altra parte ogni persona ha qualcosa da dare. Ma anche per dare bisogna essere aiutati. Le persone con deficit evidenti, visibili, sono più trasparenti. In loro il bisogno dell’aiuto degli altri si fa chiaro. Spesso, invece, le persone “normali” sono tali perché hanno la possibilità di nascondere i loro difetti o le loro diversità. Pensiamo ad esempio ai professionisti o ai politici, che devono infondere fiducia e mostrare di avere sempre il controllo della situazione, anche quando in realtà non sanno quello che sta succedendo.

La vita ecclesiale ha la possibilità di offrire tempi e spazi di “abbassamento delle difese” e dì comunicazione più autentica tra le persone. Un esempio è il modo in cui viene compiuto il rito del fuoco, la notte di Pasqua, presso un’altra comunità di cui faccio parte, i gruppiLa Buona Notizia. Si accende un grande fuoco, che rappresenta Cristo, davanti alla chiesa, e i partecipanti formano un cerchio tutto intorno. Dopo la benedizione dei fuoco, chi vuole legge ad alta voce un foglio su cui ha scritto tutto ciò che durante l’anno ha messo in difficoltà la sua fede. Poi getta il foglio nel fuoco come segno di affidamento all’amore purificatore di Cristo. Di solito almeno una ventina di persone, o anche di più, pronuncia ad alta voce davanti al fuoco benedetto, in mezzo alla comunità, una specie di resoconto delle sue debolezze. Ricordiamo che si tratta di un gruppo molto affiatato di persone che si conoscono da anni e hanno fatto una. lunga strada insieme. In seguito, quelli che non hanno voluto fare una lettura personale dei loro fogli li leggono tutti insieme, ad alta voce, nello stesso momento, in modo che le voci si confondano; poi anche loro gettano i fogli nel fuoco. Infine, il celebrante fa notare come tutti abbiamo difficoltà, spesso molto simili, e invita l’assemblea a scambiarsi un segno di pace. Tutti si scambiano abbracci e poi entrano in chiesa dove iniziala Messa. Questo modo di compiere il rito del fuoco, come dicevo, “abbassa le difese”: i membri della comunità si sentono profondamente riconciliati e riuniti grazie al Signore.

Cadono molte paure inutili. Se questa pratica è facilitata dall’affiatamento del gruppo, bisogna notare però che ogni anno vi sono alcuni partecipanti nuovi che hanno sempre molto apprezzato questo rito. È un contesto in cui quei difetti che per molto tempo sono stati occultati e vissuti con angoscia vengono esposti dinanzi all’infinita forza di amore, di perdono e di purificazione di Cristo, e così si trasformano da motivi di divisione e di sofferenza in motivi di comunione e di gioia.

Le persone “normali” sono tali non solo perché nascondono consapevolmente i loro difetti, ma anche perché sono in grado di dimenticarli, ovvero di credere di non averli. Anche in questo caso le persone con deficit gravi ed evidenti sono più trasparenti e non possono operare lo stesso oblio o la stessa rimozione. D’altra parte molti non si rendono conto neppure di avere delle qualità positive, dei punti di forza, ecc. Ci si può dimenticare anche delle qualità positive, dei talenti, della propria capacità d’amare, della creatività e del coraggio dimostrati in certi periodi, ecc. Invece la persona trasparente che magari ha poche doti deve sfruttare al massimo tutte le sue qualità per uscire dall’emarginazione.

In altre parole, la distinzione tra “normali” e “disabili” è del tutto relativa. Non ci sono persone con deficit e persone senza deficit. Tutti abbiamo qualche deficit. Si può parlare di differenze quantitative e qualitative tra i deficit. Più questi ultimi sono estesi ed evidenti, meno possono essere nascosti o dimenticati. Diventa quindi più facile interrogarsi sul loro significato.

Prima di tutto ogni persona in quanto creatura ha bisogno dell’aiuto dell’Altro. Infatti davanti a Lui siamo tutti peccatori, cioè in condizioni oggettive di debito: dobbiamo tutto a Lui.

Questo è già il primo servizio che le persone più trasparenti possono svolgere a favore del prossimo: ricordare e contribuire ad attuare la solidarietà tra creature.

Questo servizio, a cui tutti sono chiamati, risulta particolarmente prezioso quando è svolto da queste persone. Infatti esse mettono in primo piano ciò che è umano, relazionale, dettato dal senso della vita e dell’amore. Tutto ciò è in aperto contrasto con la cultura oggi dominante, che impone modelli di normalità basati sull’efficienza produttiva, sulla ricchezza e sul consumo di beni materiali. Nella prospettiva della cultura dominante non vi è spazio né per l’amore cristiano né per la trasparenza umana. Così le persone cosiddette “disabili”, ma anche quelle cosiddette “normali”, nella loro umanità sono sospinte ai margini. Tutti sono tentati dal desiderio di diventare “normali”, di trovare dei modi per opacizzarsi, per farla finita con la propria trasparenza. lo credo invece che il cammino di maturazione consista nel vincere questa tentazione e nell’arrivare a essere sé stessi. Non si tratta di un invito allo spontaneismo, perché il dato comune di partenza è sempre una crisi in cui non ci si riconosce, non ci si accetta, non ci si ama per quelli che si è. Le persone trasparenti sono tali anche nelle loro crisi, nelle loro illusioni.

Il servizio basilare che ciascuno può fare al suo prossimo è di aiutarlo a essere sé stesso. “Amare qualcuno” ha scritto Jean Vanier “vuol dire fargli scoprire la luce che è in lui”. È un servizio reciproco, in cui ognuno può ricevere e dare qualcosa all’altro. In questo servizio le persone più trasparenti. sono di grande aiuto.

Essere sé stessi significa, in qualche modo, riconoscersi creature di Dio. E la luce che è in noi è quella vera, che illumina ogni uomo che viene al mondo e che le tenebre non possono sopraffare. Raggiunge il massimo splendore quando riconosciamo in essa il volto di Cristo che ci chiama per nome. Il culmine del servizio è l’evangelizzazione, e soprattutto qui più si è trasparenti e meglio è.

Il Gruppo Beati Noi è nato nel 1991 proprio con lo scopo di partecipare alla nuova evangelizzazione. La nostra prima idea fu dì rivolgerci alle persone disabili per suscitare quella “soggettività attiva” dell’handicappato di cui parlava, e parla tuttora, il Magistero. Speravamo che molti amici portatori di deficit visibili entrassero a far parte del gruppo non tanto come destinatari, quanto come annunciatori della Buona Notizia. Ma questo non accadde, almeno non nella cerchia delle nostre conoscenze nella Chiesa bolognese. Inaspettatamente, invece, abbiamo stabilito contatti più solidi e durature amicizie con persone dì altre città. Prima dì tutto con Roberto Briolottì, che in seguito è diventato don Roberto: fu lui a contattarci da Milano dopo aver letto un nostro articolo sulla rivista “Rassegna Stampa Handicap” pubblicata dal Centro Documentazione sull’Handicapp di Bologna. Più recentemente, tramite internet abbiamo stabilito contatti con la Siciliae con Torino, a cui hanno fatto seguito altre occasioni di annuncio della Buona Notizia in varie città d’Italia.

Da questo scambio e confronto di esperienze è nato il progetto di formare un gruppo interdiocesano che ha preso il nome “La pietra scartata” e che ha come scopo quello dì essere un punto di riferimento per tutte le persone che per qualsiasi motivo si sentono o sono rifiutate dalla società.

Non abbiamo mai avuto la mania del computer, ma dobbiamo constatare che questo mezzo tecnico può dare un aiuto molto valido anche a chi si pone l’obiettivo di condividere e comunicare l’esperienza cristiana.

Una delle convinzioni che abbiamo maturato nel corso di questi dieci anni di attività dei Beati Noi è quella che abbiamo esposto ripetutamente durante questo intervento: in parole povere, la rigida distinzione tra persone “handicappate” e persone “normali” è ideologica, cioè non dice la verità sulla realtà umana. Noi cristiani sappiamo che tutti gli esseri umani, tranne Gesù e Maria, sono feriti fin dalla nascita dal peccato che impone loro ulteriori limiti oltre a quelli creatura-li. Dinanzi a Dio che vuole salvarci siamo tutti portatori di deficit ai quali viene offerta la riabilitazione della grazia. A questo punto, chi ritiene di essere privo di deficit crederà di non aver bisogno della terapia, quindi neppure del Terapista. Altri cercheranno una cura che in un batter d’occhio, magari grazie a qualche pillola miracolosa, li trasformi in superuomini, che pure non hanno bisogno del Terapista.

Ma la riabilitazione è un lungo cammino alla scoperta dei propri limiti per imparare a non averne paura. E questo lungo cammino è sempre accompagnato dalla paziente opera del Terapista, che prima ancora di guarirci deve servirci. Non a caso il verbo greco therapéuo ha, come primo significato, “servire”. Noi che siamo consapevoli delle nostre difficoltà, lasciamoci servire dal Signore, e insegniamo agli altri la Buona Notizia che il Signore vuole prima di tutto starci vicino tutto il tempo, per curarci e servirci.

Stefano Toschi

 

 Fonte: Vocazioni

 

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