50 anni dopo

ott 18th, 2012 | By | Category: Apertura

È noto che ogni concilio ha richiesto, in passato, tempi lunghi per la sua ricezione e attuazione. Cinquanta anni non costituiscono, dunque, un periodo di tempo eccessivamente lungo per valutare l’effettiva ricezione del Concilio Ecumenico Vaticano II. È sotto gli occhi di tutti, tuttavia, il tentativo di minimizzarlo invocandone la pastoralità, che costituirebbe la sua specificità rispetto ai Concili dei secoli precedenti.

Anche l’accento posto sulla continuità con la tradizione sembra teso a sminuirne la forza innovatrice. Ambedue gli approcci sono, a mio parere, riduttivi. Innanzi tutto occorre ricordare che il Concilio, al di là dei documenti approvati, costituisce in se stesso un evento che segna la vita della Chiesa in modo determinante.

Si tratta infatti di un evento in cui agisce lo Spirito Santo e attraverso cui la Chiesa si “aggiorna” in termini reali, non cambiando la “dottrina”, ma ritornando alla dottrina genuina. Il desiderio di papa Giovanni XXIII di ritrovare nella Chiesa il volto di Cristo non è una ovvietà, ma l’implicito (o meglio l’esplicito) invito a ritornare al Vangelo, tralasciando di conseguenza tutto ciò che lo nega (per esempio il potere, le sovrastrutture ritualistiche ecc.). Inoltre l’auspicio di una nuova Pentecoste significa ammettere che lo Spirito non cessa di essere la sorgente dell’azione della Chiesa e continua ad agire anche nel nostro oggi.

Poste queste premesse non è difficile comprendere che la pastoralità del Concilio anziché sminuirne il valore dottrinale e storico lo esalta. Pastoralità significa infatti che la Chiesa si pone pienamente nella storia degli uomini, di fronte ai problemi concreti senza paura e, però, con umiltà dialogante senza pretese di avere risposte per ogni domanda, capace invece di farsi interrogare dalla Parola di Dio e dalle parole degli uomini. A queste domande risponde con i suoi documenti, che sono certamente frutto di compromesso tra diverse teologie e diverse ecclesiologie, ma scaturiscono da una comune ricerca e già per questo segno di una novità vera: ai padri conciliari non si chiede solo di ratificare ciò che la curia romana ha redatto, ma di pensare, esprimersi, decidere.

In occasione della presentazione al Papa dei volumi della “Storia del Concilio Vaticano II”, curata dall’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna e diretta dal Giuseppe Alberigo, Giovanni Paolo II ebbe a dire ai presenti che lui entrò in Concilio con una mitra e una testa e ne uscì con la stessa mitra ma una testa diversa. Il Concilio effettivamente rappresentò per molti vescovi un evento di conversione. In realtà anche il Concilio di Trento fu un Concilio di riforma, purtroppo spesso disattesa. Il Vaticano II rappresenta però in molti aspetti una vera novità.

Questo però non contraddice la tradizione, anzi ne indica la vitalità ed esprime il desiderio di una maggiore fedeltà al “volto del Signore”, grazie all’azione dello Spirito nella comunità cristiana. Se si riflette bene, inoltre, sul senso della continuità e discontinuità del Concilio si può cogliere come si tratti di un falso problema, o perlomeno di un problema posto male.

Il limite del nostro linguaggio ci obbliga in realtà a usare concetti, metafore, immagini, per esprimere la vita.

Ora, può una metafora rappresentare compiutamente, o addirittura sostituire, l’esperienza viva a cui si applica?

Questa la domanda che sorge seguendo la discussione sulla continuità/discontinuità del Concilio Vaticano II. L’esperienza viva dell’organismo ecclesiale può essere racchiusa nelle categorie concettuali della continuità e della rottura? Ogni organismo vivente conosce uno sviluppo e dei cambiamenti che non mutano, tuttavia, la sua identità. Naturalmente possono esserci cambiamenti tali da comprometterla, ma il cambiamento in quanto tale non costituisce un elemento che nega di per sé l’identità.

La stessa tradizione ha riconosciuto il valore positivo di tale dinamismo. Le novità del Vaticano II nella misura in cui restituiscono alla coscienza della Chiesa ciò che è essenziale, cioè a dire la “buona notizia di Gesù”, debbono essere perciò apprezzate come frutto dello Spirito e rallegrandocene dobbiamo per esse lodare Dio.

Maurizio Aliotta

 

 

Fonte: vivailconcilio

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