don Pino Puglisi: martire della Fede

ott 17th, 2012 | By | Category: Primo Piano

 

Don Pino Puglisi

Un interessante incontro sulla feconda figura del Servo di Dio don Pino Puglisi, prete della Chiesa palermitana ucciso dai criminali mafiosi il 15 settembre 1993 (giorno del suo 56° compleanno) si è tenuto a Catanzaro. Significative le testimonianze di Suor Carolina Iavazzo, don Mimmo Battaglia e S. Ecc. Mons. Vincenzo Bertolone         

Nel corso di questo incontro è stato proiettato il film “Alla luce del sole” sull’impegno educativo del sacerdote siciliano (interpretato da Luca Zingaretti) tra i ragazzi del quartiere Brancaccio di Palermo e si sono poi avvicendate le significative testimonianze di tre persone in vari modi toccate dal suo straordinario esempio di ordinaria vita quotidiana, vissuta nell’umiltà, nella povertà e nella generosità, senza riserve e secondi fini. Si tratta di un prete immerso fino in fondo nel suo territorio e fra la sua gente per donare a. tutti la luce del Signore e risvegliare nelle persone oneste la coscienza di avere una testa da tenere sempre alta, con la dignità dei figli di Dio. Queste tre persone sono Suor Carolina Iavazzo, che  con don Puglisi ha condiviso l’impegno pastorale in Sicilia e su di lui ha scritto un libro dal titolo “I figli del vento”; don Mimmo Battaglia, presidente nazionale della FICT (Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche), impegnato con appassionato amore nel recupero psicologico, spirituale e sociale dei giovani tossicodipendenti; e il nostro Arcivescovo Metropolita S. Ecc. mons. Vincenzo Bertolone, che ben conosce la realtà della Sicilia, sua terra d’origine, ha conosciuto don Pino Puglisi ed è Postulatore della causa della sua beatificazione. Attualmente Suor Carolina opera a Bovalino, in un centro di aggregazione per ragazzi di strada.

Il film ha evidenziato che i criminali mafiosi e tutti gli altri soggetti (politici e anche i familiari) che adottano i loro comportamenti, compresi nel termine di mafiosità, hanno bisogno del bisogno degli altri, della loro subordinazione, ottenuta con la corruzione o con l’intimidazione, e quindi si oppongono con tutte le forze a chiunque voglia togliere le persone più deboli da questo stato di soggezione, come per esempio con l’attività educativa volta all’acquisizione delle conoscenze e al rispetto delle regole (a questo scopo vale anche una partita di pallone). Don Pino Puglisi, fedele discepolo del Signore della vita, ha offerto ai ragazzi del suo quartiere l’opportunità di poter vivere una vita piena, a testa alta, e ai mafiosi la possibilità di ritornare ad un modello di vita rispettoso di Dio, di sé e degli altri e per questo è stato ucciso ma la sua morte è stata per molti un seme che ha già dato i suoi frutti spirituali e sociali, citati nel libro, come la scuola media di Brancaccío, per la cui costruzione egli aveva impegnato tutte le sue energie. Dopo la proiezione del film Suor Carolina lavazzo ha parlato di don Pino Puglisi come «sacerdote di grande spessore culturale e spirituale, veramente coinvolto nella sua vocazione, incentrato sulla Parola di Dio e sulla preghiera quotidiana e oggi apprezzato in tutto il mondo». «Più che “un prete anti-mafia” – ha detto — egli è stato un prete che viveva autenticamente il Vangelo e lo porgeva alla gente in modo comprensibile a tutti, a tal punto che spesso pronunciava le sue omelie in dialetto; non era votato primariamente all’impegno sociale, ma questo era conseguente al suo amore per il Signore e per le persone a lui affidate dalla Provvidenza divina. Egli si nutriva di moltissimi libri ma sapeva ascoltare i suoi ragazzi con viva attenzione e fraterna condivisione e capiva le loro intime esigenze anche se espresse senza parole, con un gesto o uno sguardo. Per lui l’altare non era uno scudo o un nascondiglio ma costituiva un trampolino per incontrare tanti fratelli, in un quartiere che viveva nell’ignoranza e nel degrado sociale (erano ancora alti nel ’91 i livelli di analfabetismo e dispersione scolastica), caratterizzato da tanti volti tristi abituati al silenzio e alla sopportazione, in mano ad una mafia che costantemente teneva tutto sotto controllo e poteva essere percepita anche nell’aria da respirare».

«Dopo un primo periodo di studio — ha proseguito la consacrata – morale e spirituale del territorio, volto ad una migliore impostazione del suo impegno pastorale, con la sua acuta intelligenza don Puglisi capì che l’ignoranza è sia fattore di sviluppo della mafia (che presume di essere l’unica a dare ai ragazzi pane e lavoro) sia effetto di essa e perciò decise di iniziare dai giovani, più docili e più aperti alla vita rispetto agli adulti. Così, in un clima di grande apertura e con grande fiducia nella Provvidenza, egli aprì il Centro di Accoglienza “Padre nostro” e vi attivò un corso serale di alfabetizzazione per ragazzi, chiaramente sotto il continuo controllo a tappeto da parte della mafia, insofferente all’opera di risveglio delle coscienze e pronta a reagire alla sfida lanciata apertamente da questo “parrino”  che osava metteva in discussione anche il comitato per la festa patronale.

Gli arrivarono quindi ben presto varie minacce (come la manomissione delle ruote della sua autovettura), ma il prete non ne parlava nemmeno alle suore che collaboravano con lui; finché esse riguardavano solo la sua persona, incassava e andava avanti senza dare considerazione ai messaggi della mafia in esse contenuti.  Quando, però, il 29 giugno 1993 fu messa a fuoco la sede del Comitato intercondominiale del quartiere, dove egli aveva convocato le autorità amministrative comunali (inerti e colluse con la mafia) per sollecitare la definitiva risoluzione degli annosi problemi di urbanizzazione (acqua potabile, fogne, energia elettrica, edilizia scolastica) per il dovuto rispetto della dignità della vita umana, egli si ribellò e dall’altare invitò energicamente i responsabili a venire fuori, alla luce del sole, come uomini veri, piuttosto che vivere nell’ombra, come le bestie, e si espose così ad una immediata e feroce aggressione fisica in sagrestia, che  lasciò costernati i suoi collaboratori (le suore e il diacono)».

La gioia di essere prete e l’amore per la sua gente, nonché l’avversione per scorte e passerelle sono state al centro della fervida testimonianza offerta da don Mimmo Battaglia in merito al prete palermitano, che «seppe dare l’idea di una Chiesa capace di saldare le dimensioni orizzontale e verticale: infatti, considerando il territorio un ambiente di crescita, egli profuse il suo impegno perché la sua gente non fosse orfana di territorio; fu un prete di strada, perché la strada è sempre un punto di incontro per i ragazzi, provenienti da vari luoghi e diretti a diverse destinazioni».

In conclusione l’Arcivescovo Bertolone, facendo riferimento alla sua esperienza di cappellano nel carcere minorile di Palermo negli anni 1975-80 e alla triste storia dell’omicida di don Pino Puglisi, ha precisato che quest’ultimo ha accumulato a suo carico la responsabilità della morte di 42 persone.

L'Arcivescovo di Catanzaro S.Ecc. Vincenzo Bertolone (Postulatore della causa)

«Don Puglisi — ha detto il presule — non fu un arruffapopolo, pronto solo a denunciare e puntare il dito contro qualcuno, ma un prete umile e povero, con la cinta logora, pronto alla preghiera, all’accoglienza, alla condivisione e al perdono, anche verso mafiosi, persone umane e non bestie, di cui auspicava il sincero pentimento per le loro azioni pur simili a quelle delle bestie. Dalla sua vita emergono una limpida testimonianza dei valori cristiani capace di scaldare i cuori, un esempio di totale affidamento al Signore, valido dovunque e in ogni tempo, di fronte al quale tutti noi siamo sollecitati ad essere cristiani sempre più autentici, fedeli e coerenti al Vangelo, con convinzione ed entusiasmo sempre maggiori, in tutti i luoghi e in tutte le circostanze della nostra vita.

Guido Mauro

 

Fonte: Comunità nuova

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