La Fede e il suo Anno

set 29th, 2012 | By | Category: Primo Piano

 

Ormai è noto a tutti che il prossimo 11 ottobre Benedetto XVI darà idealmente il via all’ “Anno della fede” in connessione con il cinquantesimo dell’apertura del Concilio Vaticano II.

In preparazione di quell’itinerario annuale, proponiamo ai lettori una riflessione sintetica su questa realtà capitale nell’esistenza e nell’esperienza umana.

Il filosofo danese ottocentesco Soeren Kierkegaard affermava in modo molto suggestivo che «la fede e la più alta passione dell’uomo. Ci sono forse in ogni generazione molti uomini che non arrivano fino ad essa, ma nessuno va oltre»

Partiremo per questa breve considerazione da una frase paolina: «Queste le tre cose che permangono: la fede, la speranza e la carità» (1 Corinzi 13,13).

L’Apostolo indicava così le tre virtù “teologali”, il cui elenco e aperto dalla fede e l’apice è rappresentato dalla carità.

Sviluppare il tema della fede, che e la base di questa trilogia, richiederebbe uno spazio immenso perchè essa costituisce l’anima stessa della religione e il filo conduttore della Bibbia. Noi ci accontenteremo ora di presentare in modo emblematico solo alcune coppie tematiche. La prima e quella che unisce fede e grazia. Il primato è quello della grazia, espressione dell’amore divino: non per nulla in greco charis, “grazia” dà origine al nostro vocabolo “carità”.

Ora, l’uomo illuminato e spinto dalla grazia divina risponde con la sua libertà, che può esprimersi nell’adesione o nel rifiuto. L’adesione e proprio la fede, pistis nel greco neotestamentario, che è appunto accogliere quell’amore e contraccambiarlo.

Questo abbraccio trasforma l’uomo perché Dio infonde in lui il suo “spirito” ; la sua stessa vita, rendendolo figlio adottivo. A questo punto possiamo introdurre, una seconda coppia, fede e fidu- cia.

Il verbo ebraico, che designa il credere ed è alla base del nostro termine amen, indica l’appoggiarsi fiducioso sulla parola e sulla presenza di una persona. La fede ha, quindi, da un lato un contenuto oggettivo e rivelato di verità chela Bibbiadefinisce ela Tradizioneapprofondisce, ma è d’altro canto anche un’adesione soggettiva fiduciosa della persona umana a un’altra persona cioè a Cristo rivelatore del Padre.

Non è solo un “discorso” ma anche un “ percorso” di vita, come quello drammatico che Abramo compie salendo l’erta del monte Moria, fidandosi e obbedendo a Dio anche quando la sua parola è oscura e misteriosa (Genesi 22; Ebrei 11, 8).

Fede e ragione è la terza coppia, conseguente alla precedente, divenuta anche il titolo di una nota enciclica di Giovanni Paolo 11 (1998).

La Letteraagli Ebrei dichiara, infatti, che “la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (11,1). Da un lato c’è l’andarsi libero del credente alla speranza che ci viene fatta intuire; d’altro lato, c’è la “prova”, l’argumentum, come traduceva san Girolamo, a cui si univa poi Dante nella parafrasi di questa frase neotestamentaria: «fede è sustanza di cose sperate, ed argomento de le non parventi» (Paradiso 24, 64-65). Sant’Agostino affermava che “la fede, se non è pensata e argomentata, è nulla”.

Un’ultima coppia e quella che unisce fede e opere, una connessione fondamentale nella riflessione paolina. Per l’Apostolo non sono le opere da noi compiute a ottenerci il dono trascendente della salvezza che è un “molto di più “, essendo partecipazione alla stessa vita divina.

Ecco, allora, la sua tesi: «Riconosciamo che l’uomo non è giustificato dalle opere della Legge ma soltanto per la fede in Cristo Gesù. Abbiamo creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge. Dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (Ga-lati 2,16). Le opere, dunque, non sono la causa ma il frutto della salvezza: «il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Galati 5,22).

E’, quindi, necessaria anche per san Paolo la presenza delle opere come segno dell’autenticità della fede. Sarà san Giacomo a marcare ulteriormente questo aspetto, spostando l’accento sul rilievo dell’impegno esistenziale morale per non ridurre la fede a semplice adesione intimistica: «Che giova se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? … Ma non sai, o insipiente, che la fede senza le opere è fredda?… L’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede» (2,14-24).

Rimane, comunque, decisiva la fede senza la quale la religione si riduce a moralismo e a manifestazione rituale e sociale. Per questo Cristo esige, prima di compiere un miracolo, la fede del sofferente, e nel suo primo annunzio pubblico proclama: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Marco 1,15).

Fede e grazia, fede e fiducia, fede e ragione fede e opere: ecco quattro punti cardinali del credere cristiano. Nel Vangelo di Luca, Gesù lancia questo interrogativo inquietante che forse colpisce più noi che gli interlocutori di allora: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? » (18,8).

Il filo interminabile della fede, iniziato coi primordi stessi della storia umana, sembra ai nostri giorni farsi sempre più esile. E allora Cristo continua a ripetere, come nell’ultima sera della sua vita terrena, tra le mura del Cenacolo, un invito che risuona ancor oggi con lo stesso fremito: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me! » (Giovanni 14 1)

Card. Gianfranco Ravasi

 

 

 

Fonte: Comunità nuova

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