Libertà, legge fondamentale della democrazia

ago 7th, 2012 | By | Category: Cultura

A lezione di politica con Alcide De Gasperi: nel contesto di un’Italia che cambia e in bilico , le parole del primo presidente del consiglio dei ministri che esorta il popolo a valutare a fondo il binomio “libertà” e “responsabilità”

Alcide De Gasperi

Presidente, cosa si intende per “democrazia” ?

Per darne una definizione vorrei dire  ciò  che essa presume:  rispetto della libertà di opinione, rinuncia alla violenza, rinuncia a forme ostruzionistiche, affidamento alla forza della parola e al giudizio del libero popolo. C’è in me la convinzione profonda che tutti sono uguali e liberi cittadini, a qualunque partito appartengano, purché ammettano la legge fondamentale della democrazia, che è la libertà e il rispetto delle opinioni di tutti.

Ma la libertà è una grande responsabilità. Cosa fare per preservarla?

Ecco, questo è un elemento sul quale vorrei rendere conto. Ciò che sostiene la libertà è lo spirito della disciplina e dell’ordine. Non si può salvare la libertà dell’uomo, dell’associazione e dei cittadini, senza ordine e senza disciplina. Se non c’è di fatto e non c’è nel costume e nello spirito di coloro che partecipano alla vita pubblica, la libertà va perduta. Oggi bisogna dire che si domanda al

Paese e ai cittadini di ogni partito una disciplina non al servizio di un partito o di un uomo,

cancelliere e non cancelliere, una disciplina che si  chiede non per l’adesione a un partito, ad un governo che passa, ma una disciplina che si pretende per la libertà del popolo italiano, indipendentemente da qualunque governo e da qualunque partito. Il principio fondamentale è questo: l’ordine si mantiene non col servire a l’una o all’altra parte, ma col servire la libertà. La libertà è essenziale, ma la libertà non si salva che nell’ordine, altrimenti andremo a finire in una cruda tirannide. E  non distinguiamo se essa venga da sinistra o da destra: tirannia è tirannia. Tirannia è la negazione del popolo.

Per lei cosa vuol dire impegnarsi in politica?

Il mio servizio è dello Stato e del popolo italiano, dello Stato che è popolo; dello Stato che è rappresentato dai suoi organi ufficiali esecutivi, la cui essenza, la cui vitalità si prospetta nell’avvenire e rappresenta l’eternità della Nazione. Bisogna essere  imparziali e forti, sopratutto perché la forza dello Stato viene dalla giustizia e dalla sua imparzialità. Proprio in quest’ottica ho cercato  di attuare la mia azione seguendo un certo sentimento generoso verso l’avvenire, un senso di speranza nell’evoluzione anche dei partiti. Non mi sono mai lasciato prendere da esclusivismo assoluto contro nessuno e ho cercato la collaborazione di tutti, mettendo alla prova la collaborazione di tutti, senza mai avere un punto di vista angusto di fazione ristretta o di partito. Ho sentito nell’anima quella fraternità universale che mi veniva inspirata dal cristianesimo.

Cosa l’ha ispirata lungo il suo servizio?

L’idea che ci si deve impegnare a fondo e mai impegnarsi a metà quando si ha una convinzione e si è chiamati a una certa responsabilità. Davanti ad essa allora non ci sono limiti: tutta la persona, tutte le fatiche, tutto lo spirito devono essere dedicate a quel lavoro. E poi prima di prendere una decisione si passa per perplessità, esitazioni e scrupoli perché un uomo può avere molte amicizie e ricevere parecchi consigli, ma al momento di decidere egli rimane solo dinanzi alla sua coscienza. Io non ho abilità particolari, non è vero che io sia un uomo particolarmente abile: vi sono uomini molto più abili di me, più accorti. Ma  a me personalmente importa poco di riuscire o di non riuscire: quando mi ci metto, mi ci metto a fondo e se non riesco ho salvato la mia coscienza. Poi ho imparato che bisogna guardare anzitutto al popolo. Quando mi parlano di partiti, io li giudico da questo punto di vista: come servono il popolo? Io non  servirei nemmeno la Democrazia Cristiana se non avessi la convinzione che essa vuol servire il popolo. E il popolo è quello che vive organicamente nel suo paese, nelle sue società, nei suoi focolari, nelle sue città.

In alcuni suoi discorsi ha fatto riferimento a un ritorno «alle cose essenziali». In che senso?

Si tratta di una lezione che ho imparato quando ero giovane: non perder la testa per le forme delle cose, le manifestazioni pubbliche o le questioni di struttura. Bisogna andare in fondo e vedere le cose essenziali; sapere discernere nel conglomerato delle idee e delle discussioni la questione semplice, vederla come deve fare il padre di famiglia quando fa il suo bilancio. Cercare la verità e con il  lume delle poche idee direttive che ispirano la vita del popolo, perché così ha da amministrarsi anche la cosa pubblica, come si amministra la cosa privata.

Ricostruire l’Italia. Quali sono le prospettive?

Noi intendiamo creare un’Italia in cui la distribuzione della ricchezza sia diversa e la nostra idea è di farlo mano a mano con metodi multipli, fra gli altri anche con quelli del fisco, che è un aspro ridistributore della ricchezza. Le riforme verranno gradatamente e non in un momento d’allarme in cui l’egoismo spinge la gente ad investire tutto e nascondere tutto. Siamo convinti che il senso di responsabilità ci detterà quello che delle riforme  è possibile mettere in pratica. Vorrei anche aggiungere questo: una riforma che assicura la perfetta giustizia non esiste al mondo. Non esiste un sistema che ridistribuisca la proprietà e il reddito della proprietà in modo tale che sia assolutamente eguale per tutti. Il materiale umano è quello che è, bisogna lavorare con questi uomini, con questi cittadini nel rapporto di evoluzioni determinate dalle situazioni diverse da cui si parte di caso in caso. Ma perché allora se non possiamo avere quell’ideale mitico che questo o quel partito va disegnando sui muri come probabile avvento, perché negare questo sentimento, questo spirito di riforma che è più forte di tutta la nostra fede nel fatto quotidiano – perché lo supera – questo spirito di volontà di lavoro per il popolo e la giustizia sociale, anche se la situazione ci costringe a ritardare certe applicazioni? Perché abbiamo dentro di noi questa fede così potente, per ragioni non di struttura, non di forma, ma per ragioni di spirito. Perché in noi sentiamo una vocazione verso la perfezione sociale la quale è la stessa vocazione del nostro spirito.

Un forte spirito di servizio, quindi.

Direi un  senso di fratellanza cristiana, che supera i secoli, che anima  gli uomini. È questo il fermento della società,  quello che alimenta  il nostro spirito di riforma,  quello che ci fa credere anche quando il credere è temerario, che anima il nostro sforzo in tutte le fatiche della vita, anche le più improbe, e ci sostiene anche quando il corpo sembra venir meno.

Cosa immagina per l’Italia?

Verrà il momento in cui l’Italia si risolleverà e riprenderà quella posizione che le spetta non per forza d’armi, ma per addestramento morale, per influenza spirituale. Ne sono convinto.

Rielaborazione del discorso tenuto da Alcide De Gasperi al Congresso provinciale della DC a Trento il 20 luglio del 1947

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