Don Luigi Sturzo dall’Inghilterra agli Stati Uniti

lug 26th, 2012 | By | Category: Cultura

L’arrivo in America di don Luigi Sturzo dopo il lungo viaggio in nave da Liverpool: le prime difficoltà e i primi aiuti. Nelle parole del prete di Caltagirone il racconto del contesto che lo accolse e della sua battaglia contro il regime fascista 

Don Sturzo, a poche ore dallo sbarco in Italia scriveva di sentirsi «rapito come in un’estasi e sono sceso in cabina a piangere, come un bambino che deve rivedere la madre dopo una lunga lontananza». Ripercorriamo insieme quei giorni dell’esilio americano. Un periodo denso di esperienze, come lei stesso ricorda in molti appunti e lettere ai suoi amici.

Ho scritto quella frase che cita poche ore prima dell’arrivo nel porto di Napoli dagli Stati Uniti, a bordo del piroscafo “Vulcania” che mi riportò in Italia la mattina del 6 settembre del1946. InAmerica invece sono arrivato il 3 ottobre del 1940, dopo 11 giorni di viaggio. Io e il mio medico personale Michele Sicca eravamo partiti da Liverpool il 22 settembre: la meta era New York.

Perché la scelta di lasciare l’Inghilterra?

Più che una scelta, diciamo che ci sono delle motivazioni che mi hanno spinto a prendere questa decisione. Nell’ultimo periodo la condizione degli esuli italiani presenti nei territori inglesi era peggiorata in seguito all’entrata in guerra dell’Italia. Eravamo considerati dei nemici e sospettati come spie.

Quando è arrivato negli Usa aveva già 69 anni. Com’è stato l’impatto per un uomo della sua età con gli Stati Uniti?

Premetto che non stavo molto bene fisicamente e non avevo nemmeno alcun mezzo economico, se non le dieci sterline che le autorità inglesi mi avevano consentito di portare con me. Certo, se da una parte ero come tutti gli altri rifugiati – ad unirci erano le difficoltà – dall’altra ho potuto contare su qualche importante punto di riferimento: GeorgeLa Piana, Mario Einaudi e monsignor Cioffi, che mi hanno aiutato per le prime necessità.

Però qualcosa di inaspettato romperà un certo, seppure instabile, equilibrio. Mi riferisco al luogo in cui le hanno imposto di soggiornare.

Sì, inizialmente mi avevano ospitato i Bagnara, una famiglia di operai calatini che si era stabilita a Brooklyn. Poi però fui trasferito al St. Vincent’s Hospital, in Florida. Un posto che sicuramente era più adatto alle mie condizioni di salute. Era la fine di dicembre quando arrivai lì grazie all’interessamento di monsignor Francesco Lardone, docente di diritto canonico alla Catholic University di Washington. Tuttavia a me interessava restare in contatto con gli altri emigrati antifascisti e temevo che dalla Florida non sarebbe stato facile. Si diceva che fossi un tipo “scomodo”.

In che senso?

Dovrei parlare dell’America e di cosa succedeva laggiù in quel periodo per spiegarmi meglio. Diciamo che, come scrivevo a Mario Einaudi – figlio del presidente Luigi, anch’egli esule, penso che dietro la scelta della Florida c’era una precisa regia politica: isolarmi, sia da parte dell’ambasciata fascista a Washington che dalle autorità religiose americane.

D’altronde quelli erano anni di trattative internazionali tra Italia e Stati uniti e tra questi ultimi e la Santa Sede.
 
Sì, era un contesto istituzionale e politico piuttosto delicato: non dimentichiamo intanto che l’opinione pubblica dibatteva molto sulla necessità di entrare in guerra. Una questione che animava anche il mondo cattolico dell’America e le comunità italoamericane. Per l’ambasciata italiana era prioritario controllare e limitare le attività degli esuli antifascisti; la delegazione apostolica dal canto suo si trovava a gestire una difficile situazione interna al mondo cattolico, profondamente diviso circa l’atteggiamento da tenere verso il regime mussoliniano. Una parte del mondo cattolico statunitense poi non aveva mai nascosto le proprie simpatie per il fascismo. Ma nel 1940 giungeva a compimento un lungo processo di avvicinamento tra Vaticano e Stati Uniti, con la designazione di un rappresentante “personale” del presidente Roosevelt pressola Santa Sede. Anche in questo caso la preoccupazione maggiore era quella di neutralizzare ulteriori elementi di tensione.

E lei, da antifascista, come affrontò queste circostanze?

Quello che posso dire è che in questi delicati momenti ero una figura troppo ingombrante dato che poche settimane dopo il mio arrivo in America ho espresso pubblicamente la mia opposizione al regime. E c’era grande considerazione del mio pensiero tra gli esuli di ispirazione cattolica e liberale, anche al di fuori degli ambienti cattolici. Per questo ero pericoloso: lo stesso ambasciatore italiano si era opposto alla possibilità che insegnassi in un ateneo cattolico. Presto capii che quell’angolo remoto, l’ospedale di Jacksonville, sarebbe diventato la mia casa per un tempo indefinito.   

di Nicolò Maria Iannello su ricerca storica di Renato Camurri

fonte CSS

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