Perché essere pellegrino (a piedi) a Gerusalemme

lug 23rd, 2012 | By | Category: Primo Piano

 Nell’850° anniversario della morte di San Ranieri, patrono di Pisa, uno dei primi santi laici del Medioevo, uno che ha lasciato agi e ricchezze (il padre era un ricco mercante pisano) per dedicare la propria vita a Dio, alla preghiera e ai poveri come alcuni decenni dopo avrebbe fatto San Francesco, di cui Ranieri è stato un precursore, ho pensato che sarebbe stato bello andare in Terra Santa dove Ranieri ha vissuto per molti anni prima di tornare a Pisa acclamato e venerato. Ho anche riflettuto che i tre grandi pellegrinaggi medioevali portavano a Gerusalemme sulla tomba di Gesù, a Roma sulla tomba dell’apostolo Pietro e a Santiago de Compostela sulla tomba dell’apostolo Giacomo. Dopo essere stato due volte a Santiago de Compostela, per ringraziare il Signore di tutto quello che di buono e di bello mi ha donato nella vita e anche per la forza e la fede che mi ha dato per superare i momenti dolorosi, ho pensato che sarebbe stato molto bello andare a Gerusalemme, per incontrare Gesù là, nei luoghi dove è nato, vissuto, morto e risorto, passando per Roma sulla tomba di Pietro. Sarebbe stato addirittura esaltante, per una persona che ha fede, andarci a piedi, camminando così sulle stesse orme dei protagonisti del vangelo.

E’ nato così il progetto del pellegrinaggio Pisa-Roma-Gerusalemme sul “cavallo di San Francesco” che ha coinvolto anche due cari amici, Orlando Chiavacci e Stefano Soldani.

Orlando, nativo di Volterra, ha 65 anni, qualcuno meno di me, è sposato con Angela ed ha una figlia, Ilaria, che vive e lavora a Milano. E’ laureato in Economia e commercio, come me, ed ha alle spalle una brillante carriera di dirigente industriale di un gruppo chimico che l’ha portato a girare il mondo per lungo e per largo. Da quando è in pensione ha fatto vari pellegrinaggi a piedi: è stato, ad esempio, a Santiago di Compostela quattro volte percorrendo vari itinerari (il “cammino francese”, il “cammino del nord”, “il primitivo” e “la via della Plata”).

Stefano è nato a Forcoli,  dove vive tuttora, ed ha 63 anni. Non è sposato e lavora presso la cooperativa sociale Agape come assistente sanitario: è stato in vari reparti e in varie sedi della cooperativa. Attualmente lavora nella struttura di San Pierino di Fucecchio e assiste i ragazzi autistici. Fa parte dell’UNITALSI di Pontedera: molte volte ha accompagnato come barelliere i pellegrinaggi dei bambini ammalati a Lourdes e una volta anche a Gerusalemme. Il pellegrinaggio a piedi in Terra Santa è stata la sua prima esperienza del genere e per compierlo ha consumato tutte le sue ferie del 2011. Tant’è che non disponendo dei 49 giorni della durata complessiva del “viaggio” (dal 1° agosto al 18 settembre) ha lasciato Pisa in un secondo tempo e si è unito a Orlando e me che eravamo già oltre Roma, a Cassino.

Il primo tratto lungo la via Francigena

Siamo dunque partiti il 1° agosto, avendo ricevuto la sera prima (domenica) al termine della S. Messa pomeridiana la benedizione solenne di mons. Antonio Cecconi, parroco di Calci, il quale ci ha letto e consegnato una bella preghiera a noi dedicata che riporto qui di seguito.

La storia di Israele come popolo inizia con un lungo cammino:

tutti in marcia nel deserto, liberati da Dio per arrivare alla terra promessa.

Il profeta Elia camminò quaranta giorni fino al monte indicato da Dio

con la forza misteriosa di un cibo divino ricevuto in dono.

Maria di Nazaret per due volte, nel giro di nove mesi,

percorse da Nord a Sud la sua terra prima per avere la conferma

di una maternità incredibile e poi per partorire il Messia.

E la vita di quel Figlio sarebbe stata intensa di cammini,

su e giù per quella terra bruciata dal sole e baciata da Dio.

Era un camminatore, Gesù di Nazaret:

quante volte i suoi discepoli gli chiedevano di rallentare il passo,

di fermarsi alla rara ombra di un sicomoro, di scegliere mete meno faticose,

e magari di farsi regalare qualche asino! Ma Lui niente.

Anzi, quando fu chiaro che la meta definitiva era Gerusalemme

diventarono proprio vere, passo dopo passo, le parole del Salmo:

se uno si dirige con fede alla città santa, “cresce lungo il cammino il suo vigore”.

Cari amici, che avete scelto come meta dei vostri passi la terra di Gesù, 

vi sia compagno di viaggio lo stesso Signore che la sera di Pasqua volle

camminare insieme a due viandanti sulla via di Emmaus. 

Il pomeriggio siamo arrivati a San Miniato presso il convento dei Francescani dove ci sono venuti ad accogliere un nutrito gruppo di serrani del locale Club, guidato dal Governatore Bastianelli, con i quali abbiamo partecipato alla Santa Messa. Mi hanno consegnato una supplica per le vocazioni da lasciare al Muro del Pianto a Gerusalemme.

La prima parte del cammino si è svolto essenzialmente lungo il tracciato della via Francigena. Il quarto giorno abbiamo fatto tappa al monastero agostiniano di Lecceto, vicino a Siena, dove è monaca mia cognata suor Gabriella (dottoressa cardiologa, ha preso i voti già da 25 anni). Il luogo, l’accoglienza gioiosa delle monache, le preghiere in gregoriano ci hanno portato in un’altra dimensione. Ci hanno dato una grande e intensa gioia.

Poi da Lecceto siamo andati a Ponte d’Arbia e quindi a San Quirico d’Orcia in un tripudio di natura. Viene spontaneo pensare agli uomini che mantengono bene il territorio, ma anche a Dio che ha creato tante cose belle che sta a noi conservare, mantenere e abbellire. A San Quirico è venuta a salutarmi mia moglie Paola con alcuni amici con i quali abbiamo cenato insieme, dopo aver assistito alla messa in una chiesa del 1000. Il 7 agosto abbiamo proseguito per Radicofani. Qui l’ostello è gestito da ospitalieri della Confraternita di San Jacopo di Compostela di Perugia i quali, prima della cena, hanno lavato i piedi a noi pellegrini (eravamo in cinque) come segno di fraternità, di umiltà e di servizio per gli altri. E’ stato un gesto che mi ha colpito molto perché è stato la prima volta che mi è capitato durante i vari pellegrinaggi che ho fatto. Anche la mattina dopo, prima della partenza, ci hanno benedetto dandoci un pezzo di pane, leggendoci una preghiera e consegnando ad ognuno un bigliettino con una invocazione.

Proseguendo verso Roma, dopo Montefiascone abbiamo incontrato diversi tratti di “basolato romano” ancora ben conservati. Nell’epoca delle opere pubbliche di “tangentopoli” fa un certo effetto verificare che la Via Cassia, costruita dai Romani, è ancora valida e praticata oggi dopo duemila anni circa!!! Per essa arriviamo finalmente alla Città eterna, prima tappa fondamentale del nostro cammino.

Ogni giorno è una preghiera di ringraziamento a Dio per la salute e per il bel tempo che ci da e di invocazione per tutti quelli che mi hanno chiesto di pregare per loro e di portare i loro dolori con me.

Signore, fai che questo mio pellegrinaggio sia una continua lode verso di Te.

Il perché di questo pellegrinaggio a piedi

A Roma siamo andati in San Pietro a pregare e ringraziare il Signore per averci fatto arrivare fino qua senza problemi. Nella sacrestia della basilica vaticana c’è una persona addetta a mettere sulla credenziale il timbro di arrivo a Roma e a consegnare ai pellegrini l’attestato che certifica il pellegrinaggio fatto a piedi sulla tomba di San Pietro. Nel pomeriggio, per completare al meglio l’arrivo a Roma, siamo andati a visitare la necropoli esistente sotto San Pietro dove è sepolto l’Apostolo: in corrispondenza della sua tomba è posto l’altar maggiore della Basilica, quello del Bernini, sul quale solo il Papa (o un suo delegato) può celebrare la messa. Sono stati due momenti significativi del nostro pellegrinaggio per due motivi: il primo che siamo arrivati a piedi sulla tomba di San Pietro dopo essere stati su quella di San Giacomo apostolo a Santiago de Compostela; il secondo perché si è conclusa la prima delle tre tappe per arrivare a Gerusalemme.

Nella solennità del luogo mi è venuto spontaneo riflettere ancora una volta sulle motivazioni del pellegrinaggio in corso. Sento di farlo perché voglio arrivare giorno dopo giorno, quasi stillando il tempo, con una costante e lunga preparazione, all’incontro con Gesù nei luoghi dove è nato, dove è vissuto, dove è morto e dove è risorto. Il pellegrinaggio a piedi è un po’ questo: una lunga preparazione spirituale e un offrire al Signore la fatica e le difficoltà che si incontrano. Oggi siamo abituati a far presto, ad avere tutto subito, sempre più alla svelta. Ecco: il pellegrinaggio a piedi, con la sua lenta cadenza giornaliera, con le sue difficoltà quotidiane (una strada sbagliata, un dolore che ti viene, una vescica che ti spunta non sai come, un’incomprensione col compagno di viaggio) ti prepara l’animo all’incontro. Si dice che il Signore è vicino a ognuno di noi, è (o dovrebbe essere) sempre presente nei vari momenti della nostra vita, ma è diverso andarlo a cercare con un pellegrinaggio proprio sui luoghi dove è vissuto.

Il 14 agosto abbiamo ripreso il nostro cammino. L’uscita da Roma è veramente stupenda: da San Pietro si va al Circo Massimo, poi alle Terme di Caracalla e infine si percorre tutta l’Appia Antica, la prima parte (più di 10 chilometri) su selciato e in molti tratti su “basolato romano”, la seconda parte (circa5 chilometri) su strada sterrata che poi diventa un viottolo. Dopo qualche giorno siamo arrivati ad Anagni, con la sua bellissima cattedrale, conosciuta come la città dei Papi e del famoso schiaffo a Papa Bonifacio VIII da parte di Guglielmo di Nogaret, inviato del re di Francia Filippo il Bello. Quindi a Veroli dove siamo stati accolti da Francesco che ci ha ospitati in casa sua preparandoci anche una succulenta cena. Il pellegrinaggio riserva anche queste sorprese. Proseguendo, dopo varie tappe, siamo giunti a Cassino, dove Stefano Soldani, secondo il programma, si unisce a noi due. Essendo in anticipo di un giorno sulla tabella di marcia, decidiamo di andare (naturalmente a piedi) fino all’Abbazia di Montecassino, distrutta e ricostruita ben 4 volte (nel 577 e nel 1349 per il terremoto, nell’883 ad opera dei saraceni e nel 1944 dal bombardamento degli alleati). E’ un’Abbazia piena di storia e di fascino.

Il ritorno emozionante al santuario di S. Michele Arcangelo

Ora siamo in tre, il nostro cammino procede senza difficoltà trovando in molti luoghi un’ospitalità che ha del commovente, presso parrocchie ed altre comunità ecclesiali. Di esse mi piace ricordare sia il Santuario dell’Incoronata,15 km. circa a sud di Foggia, fondato nel lontano1001 inseguito all’apparizione della Madonna sia ad un contadino che al Conte di Ariano, locale feudatario, oggi trasformato in un moderno e grande complesso gestito dalla Congregazione di don Orione, sia una parrocchia di Cerignola presso la quale abbiamo dormito grazie ad uno scout che ha dato la sua disponibilità ad accogliere e indirizzare i pellegrini. Il parroco, durantela Santa Messa, ha citato noi pellegrini come i primi che hanno iniziato a percorrerela Via Francigenadel Sud, proclamando che tutti bisogna mettersi in cammino per andare incontro a Dio, ognuno nella maniera che gli è più consona.

Di questa fase del “viaggio” mi restano impressi, in particolare, due momenti. Il primo è la tappa al piccolo borgo di Celle San Vito, in provincia di Foggia, un comune di 173 abitanti dove è parlato, scritto e tutelato il dialetto franco-provenzale derivante da una colonia di provenzali, fatti venire da Carlo d’Angiò, i quali, insieme a formazioni di soldati più o meno regolari, sconfissero i saraceni nell’assedio di Lucera. Il secondo momento è l’arrivo a Monte Sant’Angelo, al Santuario di San Michele Arcangelo, luogo dove ero andato, sempre in pellegrinaggio, 42 anni fa, in bicicletta, dopo essermi laureato. E’ passata tutta una vita:  ho trovato un lavoro che mi ha permesso di mandare avanti dignitosamente la mia famiglia; mi sono sposato con  Paola, amata mia compagna, con la quale abbiamo formato una bella famiglia allietata da tre figli maschi; abbiamo superato con l’aiuto di Dio e con l’amore e la vicinanza di parenti e amici la perdita del figlio maggiore Stefano al quale mancava poco a laurearsi in Agraria; siamo andati in pensione; abbiamo avuto la gioia di avere due bellissime nipotine. Non nascondo  che nella cappella della Basilica dove era esposto il Santissimo e dove sono rimasto quasi un’ora in preghiera mi sono commosso ringraziando il Signore di tutto quello che mi ha dato, delle gioie che mi ha riservato, ma anche della forza e della fede che mi ha donato per superare i momenti di difficoltà e di dolore.

L'incontro a Bari con il Presidente Viti prima dell'imbarco

Dopo altri quattro giorni di cammino siamo giunti a Bari dove era programmato l’imbarco su una nave per proseguire perla Terra Santa.A Bari c’è stato l’incontro molto affettuoso e fraterno con l’avvocato Donato Viti, presidente nazionale del Serra Club, e con il presidente del Serra Club di Altamura, Giovanni Mastrovito. E’ stato un momento di grande amicizia e cordialità. Dopo essere stati insieme per alcune ore, ci hanno accompagnato fino alla nave al momento dell’imbarco. Questi incontri danno una grande carica e vengono ricordati a lungo durante il percorso.     Lasciando l’Italia, via mare versola Palestina, faccio alcune considerazioni sul tratto già percorso. Se sulla via Francigena, fino a Roma, si sono incontrati pochi pellegrini, sul percorso da Roma alla Puglia non abbiamo incontrato nessuno. Le persone che ci chiedono da dove veniamo e dove siamo diretti si meravigliano molto perché non hanno mai sentito parlare di questo cammino. Nonostante ciò la generosità e l’accoglienza che abbiamo trovato in vari momenti e in vari luoghi è stata veramente toccante: un vecchio contadino, Francesco, nella campagna dopo Benevento, ci ha dato l’uva migliore (quella da tavola) che aveva nella vigna; una signora ad Alife, sentendo che eravamo pellegrini, ci è venuta incontro per invitarci a casa sua a bere una birra fresca; un’altra signora alla quale avevamo chiesto informazioni sulla strada da seguire ci ha dato due bottiglie di acqua fresca per riempire le borracce vuote. Io vedo in ciò la mano del Signore perché questi momenti sono capitati quando eravamo un po’ sfiduciati, stanchi, senza risorse.

Dalla Puglia verso la Palestina

Da Bari, dove ci siamo imbarcati, siamo arrivati ad Atene e poi  a Cipro, dove abbiamo visitato le Chiese costruite dai Crociati, la maggior parte delle quali sono cadenti e in abbandono ad eccezione della cattedrale di San Nicola che è stata trasformata in moschea. Da Larnaka, aeroporto di Cipro, siamo arrivati a Tel Aviv e quindi in treno ad  Akko, cioèla San Giovannid’Acri dei Crociati, dove siamo arrivati in piena notte.

Acri è una città molto bella piena di vestigia dei crociati (chiese, palazzi, fortificazioni) e dei pisani (il porto antico e’ indicato nei cartelli come “Porto pisano”). Mi rende orgoglioso vedere che i Pisani, al seguito della prima crociata e successivamente, hanno contribuito alla realizzazioni di opere importanti ancora oggi ricordate.

Grazie alle indicazioni e ai numeri telefonici di una cara serrana di San Miniato, Angela Lastrucci Bacchereti, abbiamo preso contatto con padre Quirico, un francescano della Custodia di Terra Santa, che dirige il locale Terra Santa Convent dove studiano oltre 600 ragazzi e ragazze israeliane sia cristiane che arabe. E’ questa una grande realtà che si ritroverà anche in tante altre località in Israele.

Finalmente giovedì 8 settembre abbiamo ripreso il nostro cammino. Abbiamo trovato con sufficiente facilità il percorso nella campagna, anche se una volta siamo dovuti tornare indietro e un’altra avere indicazioni da un pastore. Siamo così arrivati a I’Blin, un paese palestinese, dove abbiamo cenato e pernottato presso il complesso del Guest House Mar Elias, una grande struttura della Fondazione “Mar Elias Educational Institutions” finanziata principalmente da americani, canadesi e australiani, dove studiano più di 3000 studenti dall’asilo all’università.

I  primi incontri in Terra Santa 

sulla via per Nazareth

Da I’Blin siamo andati a Nazareth. Nazareth e’ un paese essenzialmente palestinese e diverse volte ragazzi che ci passavano accanto ci urlavano e ci sbeffeggiavano. Ma il camminare per strade e paesi palestinesi ed ebrei comporta anche questo. Ho pensato a quante volte Gesù è stato insultato e nel suo nome ho sopportato senza alcun rancore.

Non e’ stato facile per noi trovarela Basilicadell’Annunciazione, davanti alla quale c’è Casa Nova, l’accoglienza francescana presso cui abbiamo dormito, perché non ci sono cartelli indicatori e la gente non sapeva o forse non voleva darci indicazioni. Ecco allora un altro esempio della Provvidenza: abbiamo suonato il campanello al convento delle suore salesiane di Nazareth perché ci indicassero la strada. Non solo ci hanno indicato la strada, ma ci hanno accolto, ci hanno offerto un’ottima limonata e dei dolci (eravamo affamati perché in tutto il giorno non avevamo mangiato nulla), si sono informate del nostro pellegrinaggio. Ad un certo punto, fissandoci, la suora siriana preside della scuola da loro gestita (con oltre 1600 tra  ragazzi e ragazze) ci ha paragonato ai tre messaggeri che erano andati da Abramo alla querce di Mamre per annunciare a lui e a Sara che, nonostante la loro avanzata età e la sterilità della donna, avrebbero generato un figlio, Isacco: è stato un accostamento che mi ha dato una grande commozione (cfr. Gen. 18,1-14). Quale indegnità, però!

La mattina seguente, prima di ripartire, siamo andati alle 6,30 alla Santa Messa nella Basilica dell’Annunciazione. Mi riveniva in mente una riflessione di Santa Teresa del Bambino Gesù: “mi piace pensare a Gesù che lavora insieme al padre, che consegna il lavoro, che va a sollecitare il pagamento del conto dai clienti che non pagano; insomma pensare a Gesù come a un uomo qualunque, come a uno di noi con tutte le difficoltà e le incombenze che la vita comporta. La sua umanità è anche questa. La sua divinità è nota a tutti e non c’è bisogno di sottolinearla”.

Da Nazareth al Monte Tabor, il monte della trasfigurazione.

Stiamo camminando sulle strade chissà quante volte percorse da Gesù.

il sentiero verso il lago di Tiberiade

Al Monte Tabor non abbiamo trovato posto nell’accoglienza francescana nonostante le nostre insistenze. Allora siamo dovuti ridiscendere a Daburiah, una cittadina palestinese, e cercare un posto dove dormire. Abbiamo trovato ospitalità in un B&B arabo: un’accoglienza molto cordiale e piena di attenzioni. Da Daburiah siamo andati a Lavi in un kibbutz ebreo. Da lì il giorno dopo a Tabgha, sul Lago di Tiberiade, dove abbiamo dormito presso le suore francescane proprio accanto al santuario del Primato di Pietro. Dopo aver visitato questo santuario, essersi bagnati nel lago di Tiberiade ed essere andati al santuario della moltiplicazione dei pani e dei pesci, abbiamo raggiunto il santuario delle Beatitudini.

Riflettevo che qui Gesù ha dettato i fondamenti della nostra religione: come è difficile seguirli pur nella loro semplicità. E allora ho pregato il Signore che mi renda forte nella Fede e grande nell’Amore più che avere tanta sapienza. Dice San Paolo che Dio ha scelto quelli che gli uomini considerano ignoranti per coprire di vergogna i sapienti, ha scelto quelli che gli uomini considerano deboli per distruggere quelli che si credono forti, Dio ha scelto quelli che gli uomini considerano ignobili  e quelli che gli uomini disprezzano affinché nessuno possa gloriarsi davanti a Dio (Cor. 1,27-29).

E non solo la Basilicadelle Beatitudini, ma anche il santuario del Primato di Pietro fanno venire in mente tante riflessioni: qui Pietro è stato investito come Capo della Chiesa, un uomo che Gesù sapeva che l’avrebbe tradito ma anche che si sarebbe amaramente pentito con sincerità nel profondo del proprio cuore. Pietro, come Abramo, confidava nella parola di Gesù senza farsi troppe domande o fare troppe inchieste: “sulla tua parola, getterò le reti”e il risultato è stata una pesca abbondante, da rompere le reti. “Sulla tua parola” è un’espressione che spesso dimentichiamo perché ci lasciamo guidare solo dalle nostre sicurezze, dalla nostra sapienza e non sappiamo vedere, capire, riconoscere il diverso modo che Dio ci propone.

Il lago di Tiberiade

Da lago di Tiberiade al bungalow della “Provvidenza”

Da Tabgha, costeggiando il lago di Tiberiade, siamo arrivati a Deganya B che è la parte di accoglienza del più antico kibbutz di Israele (il Deganya A) fondato nel 1909. E’ situato vicino al punto del Giordano dove Gesù è stato battezzato da Giovanni Battista.

Da Deganya B a Beit She’an, una cittadina assai grande sulla statale 90, una carrozzabile che attraversa tutto Israele dal confine egiziano al confine col Libano. Da lì a Brosh Habiq’ah, una località nel deserto dove la  guida indicava l’esistenza di un kibbutz con bungalow, ristorante e piscina. Incredibile: il kibbutz non c’e’ mai stato, i bungalow ci sono ma sono stati chiusi da qualche anno, idem per il ristorante e la piscina. E allora che fare? Il paese più vicino era a16 chilometriche a piedi vuol dire 4 ore di cammino. Erano le 14,30 sotto un sole cocente, non avevamo più acqua perché pensavamo ormai di trovarla all’accoglienza e non avevamo mangiato perché non avevamo trovato nulla lungo il percorso. Una situazione da disperarsi.

Ma ecco nuovamentela Provvidenza. C’erano lì due operai palestinesi che stavano lavorando e che hanno capito la nostra situazione. Come prima cosa ci hanno dato da bere, poi, dietro le nostre insistenze, ci hanno aperto un bungalow e alla meglio il problema del dormire era risolto. Rimaneva il problema del mangiare. Allora uno di loro, con la sua auto scassata, ci ha accompagnato al paese più vicino (appunto a16 chilometri) a comprare qualcosa da mangiare: pomodori, formaggio, frutta, pane. Se fossimo arrivati un’ora dopo questi due operai non ci sarebbero stati più perché avrebbero finito il lavoro alle 15. L’accoglienza e la disponibilità che abbiamo avuto da questi due giovani palestinesi è stata nettamente superiore a quella riscontrata in altri casi da ebrei o cristiani.

Il duro cammino nel deserto di Giudea verso Gerico

La mattina dopo abbiamo ripreso il cammino nel deserto, sempre lungo la statale 90, fino a Yafit. Una tappa di oltre30 chilometrisotto il sole cocente. E’ stata forse la tappa più dura di tutto il pellegrinaggio. Fra l’altro durante il percorso inciampando sono cascato a faccia in giù “sbucciandomi” sull’asfalto un ginocchio e il naso.

Da Yafit siamo arrivati a Gerico dove abbiamo dormito, su un pagliericcio steso per terra, presso il Terra Santa Convent, ospitati alla meglio da padre Ibrahim, un sacerdote frate francescano di Damasco che guida quella comunità. Anche qui c’è una scuola con più di 500 alunni. La sera abbiamo partecipato alla Santa Messa officiata in arabo (quando si dice “è arabo” per dire che non si capisce nulla è proprio vero; non riuscivo a capire a quale punto della Messa eravamo): erano presenti una trentina di persone. Padre Ibrahim ci ha detto di pregare per questa terra difficile e per questo popolo povero. Segnatamente in questo momento particolare perché prevede che ci sarà tensione con la presentazione all’ONU della richiesta di riconoscimento di stato indipendente avanzata dai palestinesi e ovviamente avversata da Israele.

La sera ho riflettuto molto sul deserto, sui quaranta giorni passati da Gesù nel deserto. Il deserto è un luogo di silenzio, libero da condizionamenti esterni, dove si può incontrare Dio nella solitudine e nella meditazione, ma è anche un luogo dove ci si può perdere, dove possiamo smarrire la retta via. Gesù è riuscito a resistere alle tentazioni di Satana. E allora viene da chiedersi: riesco io a rinunciare alle lusinghe del quieto vivere, del lasciar correre, del non impegnarsi, del saper rinunciare a qualcosa anche se superfluo? Quanto c’è da riflettere e farlo qui, mentre cammino sui sentieri tante volte percorsi da Gesù, è veramente unico. E fra le riflessioni ho pregato tante volte per il Serra, perché operi sempre per le vocazioni senza divisioni, senza personalismi, senza secondi fini.

Finalmente a Gerusalemme

Gerusalemme !

La mattina seguente partenza alle 5,30 per Gerusalemme per l’ultima tappa. Commozione e preoccupazione per questo percorso tutto in salita che rappresenta la conclusione del nostro pellegrinaggio. Gerico è a circa 150-200 metrisotto il livello del mare nella depressione del Mar Morto mentre Gerusalemme è a800 metrisopra il livello del mare, quindi un dislivello di circa 950-1000 metri. Nella parte iniziale il tracciato è tra monti aridi e brulli e poi su asfalto lungo la statale che porta a Gerusalemme. Non abbiamo percorso tutto lo Wadi El Kelt perché presenta passaggi assai impegnativi per Orlando; lo abbiamo percorso per un bel tratto deviando poi per andare ad imboccare la statale per Gerusalemme. Siamo quindi passati dall’Orto del Getsemani e finalmente siamo arrivati alla Porta dei Leoni, chiamata anche Porta di Santo Stefano, dove ci siamo abbracciati con grande commozione. Io mi sono inginocchiato per baciarela Città Santa.Da lì siamo andati alla Basilica del Santo Sepolcro per pregare sul luogo della Crocifissione e sulla Tomba di Cristo. Qui un sacerdote armeno, che in quel momento faceva servizio presso il Santo Sepolcro, ci ha fatto entrare noi soli (generalmente entrano sei persone insieme) ha pregato con noi e ci ha dato una particolare benedizione. Non ci poteva essere migliore conclusione al nostro pellegrinaggio.

Mario, Orlando, Stefano davanti al Santo Sepolcro

Durante la via da Gerico a Gerusalemme mi veniva in mente la parabola del buon Samaritano perché è proprio qui che è avvenuto l’episodio raccontato da Gesù. Quante volte facciamo finta di nulla incontrando uno che ha bisogno di aiuto. E allora  ripensavo a tutte quelle volte, anche durante il pellegrinaggio, che persone umili, persone dalle quali (secondo i benpensanti) è bene “guardarsi” sono state quelle che ci hanno teso una mano, che ci hanno aiutato, mentre quelle dalle quali ci si poteva aspettare un aiuto, ci hanno liquidato con un frettoloso saluto.

Con questi sentimenti nel cuore l’arrivo a Gerusalemme è stato davvero emozionante: è stata una conquista sofferta, ma soprattutto una conquista meditata, una meta agognata e raggiunta. E tutte le difficoltà che abbiamo passato, i momenti di incertezza, il sole, il caldo, il dormire alla meglio svaniscono nell’aver raggiunto passo dopo passola Città Santa: Gerusalemme. E’ una conquista interiore, una conquista che non dà onori ma arricchisce l’animo.

la consegna dell'attestato di pellegrino

Il pellegrinaggio, il vero pellegrinaggio, quello fatto a piedi, pur con tutte le sue difficoltà, lascia nell’animo una grande ricchezza di pensieri, di meditazioni, di spiritualità, di fede. Si capiscono meglio le difficoltà che hanno provato Gesù e i suoi discepoli e la preoccupazione di Gesù per la folla che lo seguiva; allora il miracolo dei pani e dei pesci assume un significato pieno. Questa preoccupazione Gesù ce l’ha ancora verso di noi: basta saperla riconoscere, saperla avvertire. Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci avviene anche oggi, ma noi, presi dalle nostre razionalità, dalle statistiche e dalle inchieste che caratterizzano il mondo di oggi, non sappiamo più riconoscerlo nella nostra vita.

 Mario Messerini

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