In fuga alla ricerca di una sicurezza personale

giu 6th, 2012 | By | Category: Eventi

Viene segnalata dai media una crescita costante di persone in fuga da situazioni di guerre o da rivoluzioni in corso — almeno 25 — che creano nuovi cammini o vedono la destinazione per chi è in cammino da un lungo tempo di mesi e di anni.

Sono storie di chi è al di là del Mediterraneo, di un mare comune; oppure lo hanno raggiunto dal Corno d’Africa o dal Centrafrica (Nigeria, Mali, Ghana, Costa d’Avorio). Sono storie di un Medioriente da anni in cerca di pace. Sono storie di un Oriente che ancora una volta, come ai tempi del Vietnam e della Cambogia, sollecita un’attenzione a nuove drammatiche situazioni: Iran, Iraq, Afganistan e Bangladesh in particolare.

C’è un mondo in movimento per disastri ambientali naturali o causati dall’uomo, almeno 350 negli ultimi anni, 10 volte maggiore rispetto agli anni precedenti: la distruzione del creato crea una mobilità che è sempre maggiore.

Ma accanto a questi mondi noti c’è un mondo in fuga alla ricerca di una sicurezza personale, sul piano culturale, religioso e politico, che domanda un’attenzione nuova. Sono singole persone e famiglie, più che popoli. Sono storie di fragilità e di precarietà che invocano la responsabilità di tutti, cittadini e istituzioni, ricordando il dettato costituzionale che afferma: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge” (Costituzione italiana, art. 10, comma 3).

Questi mondi in fuga denunciano una situazione crescente di militarizzazione di aree del pianeta, oltre che lo sfruttamento incondizionato del creato; ma al tempo stesso dicono “la debolezza della democrazia” nel leggere la situazione globale.

Questo mondo in fuga chiede con forza una politica internazionale, che sappia andare oltre gli equilibri costruiti per rafforzare la tutela delle città e delle metropoli. Credo che oggi il fenomeno delle migrazioni, immigrati e richiedenti asilo e rifugiati, solleciti profondamente una rilettura della democrazia, perché sappia andare oltre la semplice affermazione di alcuni diritti fondamentali che tutelano le persone di un singolo Paese, per costruire nuovi meccanismi di tutela soprattutto di chi è in cammino: 214 milioni di persone.

La centralità della persona porta a rileggere la territorialità in cui vivono le persone, perché sia adeguatamente capace di ospitalità. Pena l’insicurezza. [...] L’Emergenza del Nord Africa che ha portato 62.000 persone in Italia nel 2011 via mare, ha visto l’incapacità dell’Europa di costruire un percorso di protezione internazionale condiviso, dimostrando la debolezza della democrazia europea. A fronte degli arrivi, nel 2011 l’Italia ha concesso a 10.000 persone una forma di protezione internazionale (asilo, protezione sussidiaria, protezione umanitaria).

È mancata in questi anni la consapevolezza politica, a cui aveva già invitato a considerare fin dal 1958 Giorgio La Pira nei Colloqui sul Mediterraneo, che il Mediterraneo è un confine, un limes, cioè una strada che se non è percorsa da canali umanitari rischia di essere una zona franca del traffico degli esseri umani, una barriera che respinge persone e famiglie e, peggio ancora, la tomba di uomini, donne e bambini in fuga.

L’Italia della sicurezza e non di una rinnovata politica sociale delle migrazioni è stata la prima vittima di se stessa. Incapace di leggere un fenomeno in corso nell’altra sponda, ideologicamente centrata su una inutile e vergognosa politica dei respingimenti, costretta ad affrontare l’emergenza con gli strumenti insufficienti della Protezione civile, caricando di nuovi pesi sociali il mondo del volontariato, nel tentativo prima di fermare l’ondata al Sud senza una condivisione nel Paese, poi di limitarlo dentro grandi centri (Mineo). Per arrivare infine a una lenta condivisione dell’accoglienza in tutto il Paese, ma senza un progetto strutturale, senza il coinvolgimento della rete dei Comuni e dello Sprar, con il rischio di un’accoglienza senza prospettive in ordine alla casa, alla formazione e al lavoro e quindi destinata a costruire nuove situazioni di irregolarità.

Questa “debolezza della politica migratoria e dell’asilo” pesa sul futuro di persone che richiedono protezione nel nostro Paese e vede l’Italia oggi incapace di sperimentare concretamente forme innovative di tutela delle vittime di fenomeni nuovi che incrociano asilo e tratta, o di cogliere il dramma dello sfruttamento e delle violenze di gruppo nei Paesi di origine o di passaggio di molte persone. I fatti di Lampedusa hanno indicato chiaramente la debolezza di una democrazia incapace di leggere la storia: una debolezza culturale, prima che politica, che chiede l’allargamento di un dibattito su questi temi, perché cresca una consapevolezza popolare sul peso della mobilità oggi, in particolare sull’asilo, che vede in gioco la credibilità internazionale del nostro Paese. [...]

Grazie ancora allora a questo Rapporto perché, insieme alle molte sollecitazioni che in questi mesi abbiamo avuto in tante direzioni – sulla condanna ai respingimenti della Corte europea dei diritti umani, sulla scelta di oltre 100.000 persone di chiedere al Parlamento di rivedere la cittadinanza e il diritto di voto degli immigrati, sull’esigenza di un diritto d’asilo europeo, sulla lotta al traffico e alla tratta degli esseri umani, sulla libertà religiosa, su cammini nuovi di integrazione – ci aiuta a ridisegnare il cammino della Chiesa e della società in sintonia con i cammini degli uomini di oggi.

Mons. Gianfranco Perego

sintesi dell’intervento alla presentazione del Rapporto Annuale 2012

del Centro Astalli)

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