A cosa si pensa nella preghiera?

mag 27th, 2012 | By | Category: Pastorale Vocazionale

1. Esaminiamo se, nella preghiera, dobbiamo portare la nostra attenzione sulle parole o sul senso delle parole, o piuttosto su Colui che preghiamo… Se ci si riflette seriamente, non si può dubitare che l’attenzione che si porta su Dio sarà la più perfetta e la più meritoria.

2. Molte coscienze deboli e scrupolose, temendo di tralasciare la minima parola, la minima sillaba, nella recita dell’ufficio divino, tendono tutte le loro energie a pronunciare distintamente ciascuna parola. Temo che esse arrivino molto raramente, se non mai, a gustare la dolcezza della preghiera…

3. Può capitare che quelli che fanno attenzione soprattutto al senso delle parole ricevono talvolta delle consolazioni spirituali. Ma da quanto posso giudicare, esse non gustano l’autentica soavità che nasce dall’unione delle nostre anime a Dio. Può accadere, certamente, che alcune parole della Scrittura ci rapiscono fino ad avvicinarci a questa unione e ci introducono nel santuario della divina dolcezza. Ma questo diletto che si trova nella sola Scrittura è lungi dall’eguagliare quello che si gusta alla sorgente stessa della divinità. Infatti, benché la Scrittura sia la parola di Dio, essa resta però una creatura, e ogni creatura, anche la più perfetta, che occupa il nostro spirito, tutto ciò che non è Dio, si interpone tra noi e Dio. È un ostacolo che impedisce al nostro spirito di unirsi intimamente a lui e che, a causa di ciò, rende insipida l’autentica soavità che procede dalla sorgente…

4. Ma i soli che possono gustare questa pura soavità sono quelli che non hanno altro pensiero che Dio, che non ammettono alcun intermediario tra Dio e la loro anima e che sono intimamente uniti a Dio solo. Questo avviene quando l’amico di Dio, trascurando ogni altro pensiero e superando ogni immagine e ogni rappresentazione della creatura, ha solamente Dio nella memoria: è allora che  è più intimamente unito a lui…

5. Se qualcuno vuol fissare il suo spirito solo su Dio, si slanci al di sopra di tutto il creato, non pensi che all’Essere supremo, assolutamente perfetto, infinitamente superiore a tutto il resto; lo immagini presente, se può, ma senza alcuna precisione di colore, di luce, di immagine o di figura. Ma, forse, alcuni, all’inizio, troveranno questo metodo di pregare difficile: si esercitino dunque prima a pensare a Gesù Cristo quale vero uomo, e anche veramente Dio… Facciano memoria della sua Incarnazione, delle sue sofferenze, della sua morte crudele, e anche della gloria di cui è ora rivestito. Chiunque si applica con zelo a questo genere di meditazione, si eleverà finalmente dalla rappresentazione dell’umanità di Cristo alla contemplazione della sua divinità.

È questa la via che conduce più direttamente a gustare questa purissima soavità.

SAINT JOHN FISHER (1469-1533), Trattato della preghiera, III (con numerosi tagli)

I gesti della preghiera

La preghiera è elevazione della mente a Dio. Se già in essa le parole non sono sempre necessarie, tanto meno importanza hanno i gesti esteriori e la posizione del corpo.Alcune persone ritengono teatrali o artificiosi alcuni gesti che da sempre hanno accompagnato l’uomo in preghiera: alzare le mani al cielo, percuotersi il petto, mettersi in ginocchio, rimanere immobili a lungo, per citare solo i più comuni.

È altrettanto vero che i gesti esterni esprimono ed insieme suscitano i sentimenti interni. «Dio non ha bisogno di questi segni per entrare nell’anima umana – scrive s. Agostino – ma l’uomo impara a pregare e a chiedere più umilmente e più devotamente». Possiamo pregare, poi, in tutte le posizioni del corpo, soprattutto quando non è possibile cambiarle; nondimeno alcuni gesti sono tali che accompagnano quasi naturalmente la preghiera.

I primi cristiani ad esempio si rivolgevano verso oriente, perché il sole nascente ricordava loro Cristo, sole di verità; allo stesso modo costruivano anche le aule del culto. Pensiamo anche al mettersi in ginocchio: in proposito i padri si riferiscono spesso al testo di Paolo: «Al nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, in terra e sotto terra».

Perciò il mettersi in ginocchio è stato considerato un gesto di penitenza; in Oriente esso è chiamato metanoia, conversione. L’uomo che cade in ginocchio è l’immagine di uno che è caduto ed ora prega per il perdono. In Occidente al mettersi in ginocchio è stato ascritto un significato di venerazione: si pensi al culto dell’adorazione eucaristica.

Chi si inginocchia esprime il suo esser minore, il farsi piccolo. R. Guardini scrive: «Dove sentiamo meglio la nostra miseria davanti a Dio. Diventiamo piccoli, vorremmo diminuire il nostro io ancora di più, rigettare tutta la superbia. Perciò diminuiamoci a metà, inginocchiamoci. E quando questo non basta, il corpo si chini ancora, si pieghi: “Dio mio, tu sei grande e io niente”». Perciò l’uomo si inginocchia proprio in quei momenti in cui sente la propria debolezza e miseria (testo ispirato a T. Špidlík, Manuale fondamentale di spiritualità, 400-404).

Fonte verginemontecarmelo.org

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