Il sacerdote, l’ “Altro Cristo” e la bellezza della Vocazione

mag 21st, 2012 | By | Category: Primo Piano

“Alter Christus”, titolo di una pantomima messa in scena dal Seminario S.Carlo di Lugano, e’ uno spettacolo di rara bellezza che ha attratto e commosso centinaia di spettatori tra cui moltissimi giovani. Gli attori sono i diciassette seminaristi che con entusiasmo e semplicità  sanno trasmettere agli spettatori delle fortissime emozioni sui temi della fede e della vocazione, mettendo a nudo la loro stessa chiamata. Non una parola viene pronunciata, ma con l’aiuto e gli effetti di luci e di musica, i messaggi sono trasmessi con particolare incisivita’ ed efficacia.

Alcuni Seminaristi di Lugano con il Rettore

Una rappresentazione a sfondo fortemente vocazionale, e quindi un tema squisitamente serrano. Ed e’ per questo che il Serra Club di Lugano ha prestato tutta la sua attenzione e collaborazione affinche’ questo spettacolo fosse promosso e portato all’attenzione di un vasto pubblico.

Lo spettacolo si snoda attraverso un concatenarsi di diversi episodi, tutti da leggere dalla prospettiva del titolo: “Alter Christus” – altro Cristo. Infatti, il filo conduttore e’ la storia di una persona chiamata da Cristo.

Le prime scene fanno vedere la condizione dell’uomo che cerca il senso della vita. Il protagonista vede il mondo attraverso una cornice vuota, il vuoto esistenziale, quando l’uomo vuole da solo disegnare la sua vita: sfoglia una gerbera, per simboleggare l’incertezza e la ricerca; si muove ancora come una marionetta, simbolo dei legami che tolgono la vera libertà e non permettono di rispondere alla chiamata. Di rara efficacia la scena in cui l’attore fa camminare davanti a se’ una piccola marionetta.

A questo punto avviene l’incontro con Dio: entra in scena Gesù che insegna al protagonista a camminare, lo aiuta a fare I primi passi, tagliando I fili che lo condizionano. E’ Lui che rende veramente liberi. Inizia l’incontro con Dio e la formazione, nella quotidianita’, intorno al tavolo di un caffe’, illuminato da una candela, la luce della fede.

Le scene che seguono sono una prova a confrontarsi con l’umanità, spesso ferita, complessa. Gesù propone il viaggio in questa realtà, che poi è la realtà che dovrebbe vivere ogni sacerdote che agisce “nella persona di Cristo”.

Nella prima stazione il protagonista trova la realtà del peccato, della costrizione, del male: un incontro con la persona che soffre, che si trova per terra, sconfitta, sporca, che non riesce ad alzarsi. Grazie all’incontro con Gesù e con il suo nuovo “assistente” l’emarginato riconquista la sua dignità, viene slegato, lavato, rialzato, indossa una maglietta bianca. IL SACERDOTE È COLUI AIUTA A RIALZARSI

La seconda stazione ci propone la realtà della crisi esistenziale: un incontro con il sacerdote che ha perso il senso della vocazione e che rifiuta di pregare. Gesù insegna al suo assistente a pregare: non basta consigliare agli altri la preghiera, ma bisogna pregare. E’ la preghiera di Gesù che cambia la vita del prete. IL SACERDOTE È COLUI CHE PREGA PER GLI ALTRI

Nella terza stazione viene presentata la realtà della solitudine e della divisione, l’essere insieme ma rimanere da soli. Gesù con il suo assistente appagano i bisogni di questi poveri nel corpo e nello spirito, gli danno da mangiare, ma cercano anche di insegnarli l’arte della condivisione, dell’amore fraterno, dell’aiuto reciproco. IL SACERDOTE UNISCE E CONDIVIDE

Al termine di questo percorso Gesù offre il camice, l’abito sacerdotale, che all’inizio era stato rifiutato. Inizia cosi’ il viaggio interiore del novello Sacerdote. Con la stessa cornice attraverso la quale inizialmente aveva visto il vuoto esistenziale, il protagonista ora vede le persone incontrate sotto una diversa luce, il quadro della vita.

L’Eucaristia che segue – particolarmente toccante e coinvolgente – è segno della condivisione e della conversione.

Infine l’ultima scena, in un viaggio dietro la Croce e verso la Luce, viene riproposto l’invito del Maestro: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Emanuele Costa

Un finale davvero commovente che attire gli occhi e il cuore degli spettatori sulla Croce che domina su tutta la scena.

Emanuele Costa

Nel novembre 2011, nei giorni del lancio delle prime rappresentazioni poi ripetute nell’aprile 2012 per soddisfare le richieste del pubblico, il regista don Tomasz Wojtal, vice rettore del Seminario, rilasciò una significativa intervista al Giornale del Popolo perché bene fa entrare nello spirito di questa iniziativa e che riproponiamo al lettore

Il sacerdote, l’“altro Cristo” e la bellezza della vocazione

Si tratta di una pantomima «non da guardare, ma da vivere», come sottolinea il promotore dell’iniziativa, Tomasz Wojtal, vicerettore del Seminario San Carlo di Lugano: «Credo che “Alter Christus” possa dare una risposta alla domanda “Chi è il sacerdote?”».

Don Tomasz, per iniziare, vorrei sapere qualcosa di lei, se nella sua formazione rientra anche quella teatrale, se aveva alle spalle altre esperienze simili…

Più che della formazione teatrale, parlerei nel mio caso piuttosto della passione e dell’amore per il teatro. La magia del teatro mi affascinava quasi da sempre. Tutte le volte, che andavo a teatro, rimanevo impressionato da quest’idea dell’arte “in diretta” che si svolgeva davanti agli occhi del pubblico, da questa partecipazione degli spettatori in tale “opera creatrice”. Ai tempi del liceo abbiamo formato insieme ai miei compagni di classe un gruppo teatrale. Con l’ultimo spettacolo abbiamo addirittura vinto un premio che ci ha dato la possibilità di presentarci sul palcoscenico di un teatro professionale. Ma fare teatro, per noi, era come un gioco, un modo per stare insieme tra amici. Non nascondo che proprio il teatro è stato una delle “barche” che ho dovuto lasciare sulla riva del mio passato, decidendo di seguire Gesù, entrando in seminario. Con il tempo ho scoperto che qualche volta, da seminarista e da prete, si poteva ritornare a questa “barca” e con essa “prendere il largo”. E così è stata anche questa volta insieme ai nostri seminaristi.

una scena della rappresentazione

Come è nata l’idea di questo spettacolo e con quali scopi? Visto il tema, la vocazione, il sacerdozio, più didattico o anche artistico?

L’idea dello spettacolo è nata spontaneamente nel contesto dei preparativi al biennale incontro dei seminaristi delle diocesi svizzere che si è svolto da noi a Lugano il 22 e 23 ottobre Rettore, don Willy Volonté, ho invitato i seminaristi a un incontro organizzativo, durante il quale ho presentato una bozza della sceneggiatura, spiegando un po’ il modo di lavoro e chiedendo la fiducia e la pazienza. Certamente l’esperienza del passato mi suggeriva che avremmo potuto creare qualcosa di bello dal punto di vista artistico, e che nello stesso tempo quest’avventura sarebbe potuta diventare un momento didattico e formativo per la crescita personale e quella comunitaria. Effettivamente l tema, ossia la vocazione al sacerdozio, ci ha aiutato, perché ci ha permesso di confrontarci con noi stessi e con il nostro vissuto, condividendo l’esperienza di persone chiamate dal Signore.

È uno spettacolo senza parole, una pantomima: pensa dunque che il gesto, l’espressione visiva, abbia un maggiore impatto della parola, per il discorso che proponete?

Ho scelto consapevolmente questo genere teatrale, perché sono convinto che la pantomima è una forma d’espressione molto particolare e suggestiva. Permette di coinvolgere di più sia gli attori non professionisti sia il pubblico. Nel mondo di oggi siamo “bombardati” dalle parole, fino al punto che, anche se le sentiamo, spesso non le ascoltiamo e di conseguenza non passa il messaggio. Nella pantomima si rinuncia ad una comunicazione verbale, ma non alla parola. Questa rimane sempre, pur nascosta nei simboli, traspare nei gesti. Ogni spettatore è invitato a trovare questa parola, a interpretarla, a darle voce. Ho detto ai seminaristi all’inizio che la mia visione dello spettacolo era soltanto un punto di partenza. Era più importante quello che avremmo potuto costruire insieme. Poi, dopo l’esibizione, lo spettacolo inizia a vivere di vita propria. Ci saranno tante interpretazioni, quante le persone nel pubblico. Questa è la bellezza e la ricchezza dell’incontro con l’arte. La nostra pantomima non è da guardare, ma da vivere. È un momento di riflessione personale, di meditazione sui temi profondi che toccano il cuore di tutti, in positivo o in negativo, e non lasciano indifferenti.

una scena della rappresentazione

Entriamo un po’ di più nei particolari della messinscena. Quanti seminaristi hanno partecipato? Fate anche uso delle musiche?

Come ho già accennato nella preparazione e nella realizzazione dello spettacolo Alter Christus è stata coinvolta quasi tutta la comunità del Seminario. Ci sono dieci attori e un gruppo responsabile della parte tecnica. Non c’è il tipico palcoscenico con il sipario e il pubblico davanti. Tutte le scene si svolgono in mezzo alla gente che forma un semicerchio. Questo significa che, da una parte, gli attori non possono nascondersi perché sono guardati a 360 gradi. D’altra parte però, questa sistemazione permette al pubblico di sentirsi più coinvolto, di far parte di questa realtà che si sta creando. Mi ha chiesto dell’uso della musica: questa senz’altro ha un ruolo molto importante. Gli attori sono sostenuti nella loro azione proprio dalla musica. Durante la prova, come un esercizio, abbiamo sperimentato come difficile e diverso era ripetere gli stessi gesti senza sottofondo musicale. La musica fa parte della scenografia. Ho scelto prima di tutto dei brani strumentali, senza un testo che possa distrarre. C’è qualche colonna sonora. Inoltre tutto viene “colorato” dal gioco delle luci.

I seminaristi sono stati contenti di questa esperienza, ne sono usciti cambiati e in che senso?

La risposta e la reazione del pubblico è stata molto positiva ed entusiasta. Ma a prescindere dai complimenti ricevuti dai seminaristi e formatori svizzeri, credo, che, i nostri “artisti”, abbiano capito di aver proposto qualcosa di buono e di bello; che cercando di offrire il loro meglio, hanno preso sul serio il pubblico che avevano attorno. Infine i complimenti sono stati soltanto la conseguenza del lavoro fatto con il cuore. Lo spettacolo è frutto del lavoro di tutti – non solo degli attori e del regista, ma anche di quelli che si occupano della parte tecnica. Ciascuno dei seminaristi ha un ruolo indispensabile. Come formatore, sono convinto che il teatro sia una vera e propria scuola di vita. Insegna ad avere fiducia negli altri, a collaborare, a dimenticare se stessi se c’è bisogno, ad ascoltare. Insomma, un autentico campo educativo. Qualche giorno dopo la prima ci siamo incontrati per parlare proprio dell’esperienza del teatro. Diversi seminaristi hanno sottolineato la bellezza e la ricchezza di questo lavoro di gruppo che ha permesso anche una ulteriore conoscenza reciproca. È significativo che ancora prima della prima esibizione tanti hanno già parlato dell’opportunità di proporre questo lavoro anche ad altra gente. Gli spettacoli che saranno presentati la prossima settimana sono in un certo senso frutto e realizzazione di questo desiderio.

A chi è destinata questa proposta, a quale pubblico?

Innanzitutto, il nostro teatro è una prova per confrontarsi con il tema del sacerdozio, che rimane sempre, come diceva Giovanni Paolo II, “dono e mistero”. Ogni sacerdote con l’ordinazione presbiterale diventa “un altro Cristo”: colui, che agisce in Persona di Cristo, Capo e Pastore della Chiesa. Lo fa per la maggiore gloria di Dio, per la santificazione propria e quella degli uomini a lui affidati. Sono sicuro che tutti quelli che decideranno di venire in seminario una di queste sere troveranno qualcosa d’interessante. Credo che Alter Christus possa diventare, da una parte, una provocazione nel dare una risposta alla domanda “Chi è il sacerdote?”. Nello stesso tempo rimane un incentivo per pregare per i preti e per le nuove vocazioni. Certo che per qualcuno che cerca la propria vocazione, sentendo magari il desiderio di servire Dio e la Chiesa, come sacerdote, il nostro spettacolo potrebbe dare anche qualche spunto in più nel discernimento, nell’incoraggiamento, nella risposta. Con questa forma di espressione vogliamo pregare e parlare a tutti della bellezza della vocazione e della vita sacerdotale

Fonte: Il Giornale del Popolo, Lugano - Intervista di Manuela Camponovo

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