L’arte contemporanea piange uno dei suoi volti più autorevoli: Camilian Demetrescu. Vivo il ricordo dell’incontro con il Serra

mag 8th, 2012 | By | Category: Apertura

Hierofania 2 di Camillian Demetrescu

Il mondo avrà una luce sempre accesa per Camilian Demetrescu, per ricordare l’arte dell’intellettuale romeno, densa di significati colti, di fede, di amore e soprattutto di bellezza.

Camilian non si stancava mai di ripetere, ogni volta in modo diverso, semplice e sofisticato, in un linguaggio diretto a tutti, che l’arte porta cose belle e buone. Affascinato dagli archetipi presupposti nelle creazioni romaniche, con la sua famiglia più di trenta anni fa ha restaurato, a mani nude, rinunciando alle vacanze, la Chiesa di San Giacomo a Gallese, in provincia di Viterbo, dove si era trasferito dalla Romania. Quella Chiesa che egli stesso aveva scoperto essere orientata verso il sole il 3 maggio, nei giorni dei Santi Filippo e Giacomo.

Il Papa ascolta con attenzione l'artista Demetrescu

Una orizzonte che egli ha incontrato e varcato invece in questo 2012 tre giorni dopo, lasciandoci il 6 maggio, tra le braccia della sua amata famiglia. Quella stessa famiglia raffigurata in una delle sue opere di conservate nella pieve ove ha rappresentato Michaela, sua moglie ed i figli, offrire la stessa Chiesa alla Madonna con una croce latina e croce greca sovrapposte, tra simboli di purezza nella maniera peculiare che lo contraddistingueva. C’era anche Emanuele, il figlio più piccolo che all’epoca del restauro della chiesetta nel 1977 ancora non era nato ma che una volta cresciuto fece talmente tanto insieme alla famiglia per questa Chiesa da meritare a pieno la presenza nell’opera.

Siamo partiti al contrario nel nostro racconto essenziale. Da Gallese al mondo. Dalla famiglia ai fruitori della Bellezza, dall’intimità alla società. Camilian è l’artista che ha decorato con i suoi arazzi in un dono a Papa Benedetto XVI la Sala delle Udienze in Vaticano. Dal 2 gennaio 2008 sono collocati in maniera permanente i suoi arazzi, risultato di un lavoro artigianale esclusivo che ha condiviso con la moglie, nelle stanze attigue alla Sala dell’Udienza Paolo VI, sotto la cura della Prefettura della Casa Pontificia, Sale dove il Santo Padre riceve gruppi di invitati particolari e gruppi ristretti. Ricordiamo quando il Maestro Camilian Demetrescu ha spiegato al Papa, al momento della loro collocazione, tutti i particolari delle raffigurazioni di ogni singolo arazzo e Benedetto XVI si è rivelato un ascoltatore molto interessato e partecipe del simbolismo espresso.

Lo ricordiamo anche dalle fotografie e da alcuni momenti condivisi da lui scritti, da noi riportati e da noi scritti su di lui, in particolare su Il Vaticanese.it.

“Un particolare che il Papa ha apprezzato di gradire, direi con commozione, è stato il significato ecumenico del gesto di donazione, in quanto Demetrescu ha voluto confessare al Papa la fede Ortodossa di sé e della moglie, mentre i due figli sono stati battezzati con rito cattolico orientale. Esattamente poi il giorno dell’Udienza pontificia, condivisa con il Rettore della Chiesa di Stato Mons. Renzo Giuliano, Demetrescu e la moglie Michaela, la quale ha il merito dell’estrema pazienza nel tessere totalmente a mano gli arazzi, hanno festeggiato il loro 44° anno di felice matrimonio.

La famiglia Demetrescu davanti ad una delle opere collocate nella Sala delle Udienze

L’incontro con Benedetto XVI ed il dono a Lui fatto sono parsi il premio al duro lavoro di una vita dedicata insieme all’ispirazione dell’arte, alla bellezza ed al vero e tradizionale linguaggio simbolico dell’arte sacra. L’arazzo del matrimonio mistico o dello sposalizio, casualmente, ma con fortunato coincidenza, è stato il primo ad essere presentato e spiegato al Papa.

E’ seguita l’attenzione all’arazzo della morte, poi a quello dell’Eucarestia o del Banchetto mistico, inoltre a quello del lavoro. Come è nella coscienza popolare rumena, spiegava Demetrescu al Papa, quando un uomo lavora, Dio lavora con lui ed insieme efficacemente costruiscono. Soffermatisi alla porta di una più grande Sala, il Papa e Demetrescu hanno osservato, sopra il trono centrale, l’arazzo più grande dell’”abbraccio universale” in cui il grande cosmo e l’umanità, dentro il grande cerchio, sono messi in movimento dall’angelo dell’amore divino e dall’angelo dell’amore umano: l’amore puro è realmente il motore dell’universo. Le parole di Dante musicano questo simbolismo: “L’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, ultimo verso).

Il Papa a colloquio con l'artista Demetrescu, Mons. Giuliano e la famiglia Demetrescu

L’arazzo, a sfondo del trono del Papa, esprime l’intensità di verità della missione evangelizzatrice del Papa, Pastore universale.

Gli arazzi dell’Annunciazione, uno più piccolo di dimensioni ed uno più grande, e l’arazzo del Battesimo hanno completato, tramite i loro bellissimi colori filati, la contemplazione del percorso espositivo. Il Papa ha capito e si è soffermato! Così quello spazio che il Papa percorre, prima di fare ingresso nella Sala grande delle Udienze, si è caricato di quella forza simbolica di speranza cristiana offerta dalle opere del grande ed umile artista romeno Demetrescu.

L’arazzo con San Giorgio che sconfigge il drago è stato posto invece all’ingresso della Sala delle Udienze ed è pertanto visibile dalla moltitudine dei pellegrini. Ricordiamo che Camilian Demetrescu nel 1969 ha lasciato la Romania per sfuggire al condizionamento ideologico del regime nella sua arte.

Ha svolto in Romania contemporaneamente attività di scrittore e storico d’arte sulla stampa e alla radiotelevisione romena ma poi ha deciso di chiedere asilo politico all’Italia, passando all’astrattismo ed esponendo più volte ad esempio alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale Nazionale d’Arte a Roma, a Perugia, a Parma, a Viterbo. Di lui Mircea Elide, suo grande amico, ha scritto:”L’arte attuale di Demetrescu sembra offrirsi ad un uomo contemporaneo minacciato di perdere gradualmente tutte le libertà… Demetrescu crede che, ritrovando questi segni simbolici e decifrando il loro significato nascosto, l’uomo di oggi potrebbe scendere alle fonti archetipali dell’esperienza umana, per meglio capire il suo destino”. Sempre presente nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri di Roma – Chiesa di Stato, dove ha curato la sua mostra indimenticabile nel 2004 delle Hierofanie, ha presentato l’anno paolino con l’immagine della conversione di San Paolo.

E’ stato insignito dalla Fondazione Paolo di Tarso della Carta della Pace per la Tutela della Memoria, dei Diritti dell’Uomo e dell’Ambiente per riconoscere a donne e uomini di buona volontà il plauso della società civile. Ecco la motivazione di Camilian Demetrescu: il contadino dell’Orto di Dio: l’Artigiano, l’Artista, il Genio che attinge alle sorgenti dei Vangeli per decorare l’esistenza di Bellezza Divina; che affida al tempo lo splendore della Sua Opera Umana, che assume la forma d’Arte, come testimonianza della vittoria operata dalla Carità Cristiana su ogni dittatura. All’uomo che dona ai suoi simili una moltitudine di segni perché essi possano sempre porsi alla ricerca dei Valori della Pace”.

Demetrescu con la moglie e l'arazzo raffigurante il matrimonio

Grande studioso ha pubblicato articoli e libri anche sulla Tuscia, più precisamente sul “grande triangolo romanico della Tuscia”, dal duomo di Nepi a quello di Civita Castellana alla torre di Santa Bruna presso Gallese alla chiesa di Santa Maria a Vasanello, per poi proseguire fino alla collegiata di Lugnano in Teverina e quindi ritornare nel Viterbese a Tuscania, ove sorgono le due splendide basiliche di San Pietro e Santa Maria Maggiore.

Indimenticabile l’incontro con il Serra Club di Roma in cui Demetrescu, accolto ospite dall’allora presidente Amm. Cosimo Lasorsa, ha parlato dei valori cristiani dell’Europa e che in parte pubblichiamo.

“In Romania, più di trenta monumenti sacri – gioielli d’arte e di architettura bizantina – furono rasi al suolo senza conservare nulla del loro prestigioso corredo artistico. E ancora, per ingannare il Fondo Mondiale dei Monumenti, chiese appartenenti al patrimonio universale furono caricate su rulli e traslocate con tecniche costosissime, per nasconderle dietro i casermoni dell’orrenda edilizia di regime. Ho visto il documento filmato di nascosto di una messa svolta fra le macerie di una chiesa appena abbattuta: gente inginocchiata, con candele accese in mano e il sacerdote in piedi, fra le rovine, che celebrava la messa, circondati da agenti della securitate pronti ad intervenire per reprimere i “rivoltosi”.

Il comunismo era riuscito a distruggerne i muri delle chiesa, ma non le pietre viventi che la compongono. Anzi, più colpiva la materia, più si rafforzava lo spirito. Dalle macerie della dittatura atea la fede è uscita più salda di prima. Che succedeva invece nel libero occidente? Nessuno toccava i muri delle cattedrali che stanno tuttora splendidamente in piedi. Eppure, la chiesa sta crollando dentro le coscienze.

Parlando dei cristiani battezzati che disertano i luoghi di culto, il Papa Giovanni Paolo II li chiama “cristiani invisibili, cristiani muti, cristiani che vivono come se Dio non esistesse”. E non sono stati i rozzi barbari della dittatura del proletariato a demolire la chiesa d’occidente, ma i suoi squisiti filosofi, i suoi liberi pensatori ed “umanisti” che hanno decretato la morte di Dio, avviando l’abbattimento della chiesa di Cristo nella mente umana, con la collaborazione anche, purtroppo, di un certo illuminismo clericale.

Dopo la caduta del muro di Berlino il degrado dello spazio sacro nel mondo cristiano appare ancora più desolante. L’assenza di una cultura del simbolo, affogata in un mare di sigle e segni insignificanti, che nulla hanno a che fare col simbolismo della Grande Tradizione, ha messo in crisi il rapporto dell’uomo con l’arte e l’architettura delle chiese moderne. La nuova iconografia, alienata da un astrattismo che contraddice il senso stesso dell’incarnazione, dilaga nei luoghi di culto. Molti parroci si sono adeguati a questa forma assurda d’arte cosiddetta cristiana, ignorando la funzione di catechesi visiva del simbolo.

La crisi attuale dell’arte sacra, o di ispirazione cristiana, e resa ancora più conflittuale, da una parte dall’abbandono della tradizione a favore dell’astrattismo e di altri “ismi” moderni, dall’altra parte da un fanatismo dogmatico intollerante ad ogni forma di rinnovamento ed arricchimento del lessico iconografico. Esistono nei testi sacri, come per es. nell’Apocalisse, molti simboli non raffigurati ancora dagli artisti. Che cosa sarebbe diventata l’arte italiana se a Giotto fosse stato vietato di andare oltre Cimabue, impedendo il rinnovamento nella continuità della Grande Tradizione?

Oggi, la scarsa conoscenza del linguaggio simbolico (nemmeno nei seminari teologici si studia il simbolo, limitandosi ad un simbolismo liturgico elementare) l’ignoranza palese del favoloso tesoro dei simboli della Bibbia di poveri, che la grande medievalista Marie Madeleine Davy definisce “le pietre miliari del cammino verso la Verità cristiana” – incita ad aberranti accuse di esoterismo, di subdole intenzioni massoniche, di satanismo ed altre perversioni eretiche. Il contadino analfabeta del medioevo conosceva i simboli della Bibbia dei poveri, scolpiti nella pietra delle cattedrali – meglio degli scienziati di oggi. Nessuno avrebbe potuto ignorare che l’immagine di una donna dal cui sesso escono due serpenti significa la depravazione, la lussuria. Dio e il demonio erano sempre raffigurati in un binomio che interpretava il conflitto tra il bene e il male.

Oggi, in nome di un cosiddetto realismo iconografico, si grida allo scandalo se l’arte osa raffigurare, accanto ai simboli hierofanici, benefici, della vita, il simbolo del diavolo che minaccia l’uomo e il creato, esorcizzandolo come se non esistesse. E soprattutto oggi, quando ad ogni passo sentiamo la sua presenza malefica. Incapace di capire la vera intenzione dell’artista nel riproporre il linguaggio dimenticato dei simboli, l’ignoranza e l’incompetenza si scatenano accusandolo di complicità con le forze maligne che vogliono distruggere la chiesa di Cristo. La colpa, prima di tutto, non è soltanto loro, ma dell’insegnamento e della povertà educativa dei media, in una società che dispone di sofisticati strumenti tecnologici di comunicazione intellettuale, utilizzati invece ad altri scopi di lucro.

Torniamo al tema del nostro incontro. All’est come all’ovest, dalle macerie del totalitarismo politico ed economico, dai gulag comunisti a quelli del consumismo obbligatorio del capitalismo, spunta nelle coscienze il desiderio di riconsacrare quel piccolo spazio spirituale chiamato chiesa, dentro questo immenso spazio-silos della nostra civiltà materialistica e caotica. Ricordo che, nel 1989, eliminato Ceausescu, un giornalista mi chiese: “E adesso, che cosa farete voi, intellettuali dell’est, dopo la caduta del comunismo?” Risposi: “Dopo il fallimento del mito di un comunismo dal volto umano, noi dell’est e voi dell’ovest dobbiamo costruire insieme una democrazia dal volto umano”. Imbarazzato, mi disse: “Che cosa intendi per “volto umano”? “Semplicemente un volto in cui si rispecchi la matrice divina dell’uomo”. Poi aggiunsi: “E’ vero, la democrazia occidentale garantisce alcuni diritti civili ai cittadini, ma è ancora lontana dall’avere un volto umano”. “Perché?” replicò. “Perché il volto dell’uomo d’oggi è degradato, e per costruire una democrazia dal volto umano bisogna ricostruire l’uomo stesso; rimettere insieme le parti di un uomo fatto a pezzi da quattro secoli di vari umanesimi, di vari illuminismi, di vari progetti di utopie più o meno scientifiche”. La ricostruzione dell’uomo…

Demetrescu con la dirigenza del Serra romano in occasione di una sua conferenza

Mi vengono i brividi pensando a tutta quella ingegneria antropologica che nel comunismo doveva edificare “l’uomo nuovo” destinato ad abitare felicemente le caserme dell’utopia totalitaria. Non si tratta di questo. Non è lo Stato e la politica che devono cambiare l’uomo. Solo la persona può ricostruire se stessa, per diventare quello che San Paolo chiama in verità un uomo nuovo. In occidente si pensa ancora che si può cambiare l’uomo con le leggi. Immaginate un decreto che dice “Da domani tutti dovete amare il prossimo come voi stessi”, oppure “Da domani nessuno potrà uccidere il suo prossimo”. Nella mia ultima mostra retrospettiva a Santa Maria degli Angeli di Roma, intitolata “Hierofanie – tra speranza e nichilismo” un giovane mi chiedeva: “Che strada dobbiamo prendere, maestro?” Gli risposi: “Voi, la vostra generazione vi trovate oggi, dopo la fine delle ideologie, ad un bivio con solo due alternative: da una parte il gran viale, l’autostrada che porta al nichilismo, alla cultura del No, dall’altra il sentiero della cultura spirituale, del Si, che riconduce a Dio. Dovete scegliere. Capisco la difficoltà. L’autostrada è veloce, accattivante, ma non porta da nessuna parte, finisce nella cloaca magna della delusione. Il sentiero invece è stretto ma porta lontano. La maggior parte prenderà, forse, l’autostrada. Voi, che cosa farete?

Con questa riflessione, concludo. Perché anche noi, che non siamo più tanto giovani, possiamo ancora prendere la via stretta e faticosa. Per cambiare.”

E nell’impegno, come sempre, di proseguire per la strada stretta e faticosa, caro Camilian ti salutiamo affettuosamente.

Viviana Normando

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