E’ Pasqua !

apr 7th, 2012 | By | Category: Cultura

Henry Sloane Coffin (+1954), amabile compositore di sermoni, tanto ammirati dalla sua comunità presbiteriana di Madison Avenue a New York, nella quale fu a lungo ministro, in una orazione pasquale costruisce un contrasto che io trovo molto interessante: “C’è un dato inconfutabile nella Pasqua… che Gesù sia divenuto un fattore molto più determinante a Gerusalemme nelle settimane e nei mesi dopo la sua morte sul Calvario rispetto a quando entrò glorioso nella stessa città osannato dalle folle” (Jqv in believing, 1956).

Henry Sloane Coffin

L’affermazione non riposa su un’iperbole, figura retorica atta ad esagerare il contrasto tra i due momenti considerati, ma si fa forza di un dato, l’indisputabilità di un fatto: la differenza tra due domeniche, quella delle palme e quella della risurrezione; un dato che sfugge alla consequenzialità logica, per difetto o per eccesso come appunto nelle iperboli, ma che registra una sorpresa.

Quel giorno infatti, il nuovo giorno, la Pasqua, non giunge come tutti gli altri, al modo di una data sul calendario, piuttosto esplode come un evento che la fede aveva conservato come per una sorpresa.

Non si tratta tuttavia della sorpresa dell’immortalità: la grande verità della Pasqua non è solo che vivremo di nuovo dopo la morte, non sarebbe questa la sorpresa, ma che dobbiamo e possiamo vivere nobilmente adesso, dal momento che sappiamo di dover vivere per sempre. I1 mattino di Pasqua non annunzia solamente che siamo immortali, ma annunzia che siamo figli immortali di Dio. La luce del giorno di Pasqua, come amava dire Giovanni Maria Battista Vianney, sacerdote e santo (+1859), non sorge dall’orizzonte, ma da una tomba: “oggi si è aperta una tomba, e da essa è sorto un sole che non sarà mai oscurato, che mai tramonterà, un sole che ricrea la vita” (Sermoni 1901).

San Giovanni Maria Battista Vianney

Da quel giorno dunque la luce, quella che illumina il mondo, non è venuta incontro alla terra dall’oriente geografico, ma è sorta dal suo grembo gravido di speranza e di corruzione, sigillato dalla pietra dell’invincibile impotenza della morte, era la luce di Cristo Crocifisso e Risorto. Quella tomba sarebbe divenuta l’occaso dei giorni passati, e insieme l’aurora della vita e della luce nuova. Ma quale luce può essere tanto luce da oscurare quella del sole? Tanto luce da rendere il sole stesso una mera metafora del suo bagliore?

L’affermazione di Sloane Coffin è una risposta a questa domanda. I1 clamore della domenica delle Palme è l’ostentazione dell’effimero, una luce artificiale gettata come un riflettore sul palco della storia, il paradosso della quotidianità volutamente forzata ai confini dell’immaginazione e del sogna ll fattore-Gesù era meno determinante per la città quella prima domenica per il fatto che non lo avevano riconosciuto per quello che egli era realmente, ma lo avevano imbrigliato nel sogno collettivo di una regalità vittoriosa, ne avevano costruito l’immagine pubblica, da far passare su tappeti rossi e applausi d’occasione, alla maniera dei divi cinematografici e televisivi della nostra contemporaneità.

Così concepito, il messia era frutto di una unzione collettiva, un personaggio costruito dalla massa, uno specchio delle risposte che spesso si danno senza l’esigenza della domanda, in una sola parola, una ipostasi umana sul soglio del divismo brancolante delle passioni più precarie. Così concepito, a malapena avrebbe potuto incidere su qualcuno senza tuttavia lasciare traccia.

Il contrasto con la domenica della risurrezione sta nel fatto che la sua luce non è artificiosa; a cambiare non è solo lui, il quale risorto non muore più, ma quelli che lo incontrano e lo riconoscono nella sua verità, e lo chiamano il Cristo, l’unto di Dio, il Signore. La luce di Pasqua illumina il mondo a partire dalla tomba in cui stagnava la corruzione delle opinioni e dei pensieri degli uomini. Dissipa la cecità o la parzialità di prospettiva cui ci aveva abituato la luce solare del giorno.

Ciò che rende determinante il fattore-Gesù nella domenica di Pasqua è la capacità della visione nuova di quelli che sono illuminati dalla fede nella risurrezione.

Ciò che è destinato a incidere con determinazione è proprio questo, l’essere divenuti luce, capaci cioè di una comunicazione schietta e autentica, che sa chiamare le cose e le persone con il loro vero nome.

Mi fa pensare moltissimo tutto questo. Specialmente se guardo al bisogno di riflettori cui si sta abituando la nostra contemporaneità, e specialmente la generazione più giovane, per la quale il virtuale ha sostituito sia il reale che la fede. Il paradossale principio su cui si basa infatti l’attuale modo della comunicazione è che nulla è vero se non è virtualmente riflesso sugli schermi del proprio elaboratore elettronico, se non scorre nelle arterie della cibernetica, se non si stabilisce nel razionale matematico che sottende alla struttura informatica. Tutto è esaltato al rango dell’immagine, un’immagine impalpabile che rende liquida la corporeità biologica e le relazioni affettive, sminuendo il fondamento della fede cristiana dell’incarnazione e della risurrezione. Non è solo l’identità dell’oggetto della fede a soffrirne, ma la stessa identità del soggetto umano, frantumata in un eccesso di figure alterne e incalzanti, difficili da afferrare e materializzare, se non nel sogno.

Don Rino La Delfa - Preside Facoltà Teologica di Sicilia

Quello della nostra contemporaneità è un ritorno al frastuono esaltante della domenica delle Palme, il voler scegliere una strana e moderna cultura del potere, inventato e virtualmente elaborato: il potere del narcisismo, l’incedere sul sentiero dell’autodeterminazione, del l’autore ferenzialità, della propria autogiustificazione sostenuti dal flebile consenso degli altri, strappato loro attraverso espedienti tanto ridicoli quanto perversi. Schermi televisivi di ogni genere polarizzano e monitorizzano ormai l’attenzione a tal punto da determinare coi loro processi ricchezze e povertà nuove, amori fugaci e tradimenti, nuovi linguaggi stentati e grammaticalmente sincopati. Le parole di Sloane Coffin stigmatizzano l’idea di un passato irreversibile, cui però si oppone oggi l’emersione di un presente irreale, che non diverrà mai un passato. Sta qui la vera provocazione, se non la minaccia all’uomo e alla possibilità della fede di determinare il futuro, il domani del giorno di Pasqua.

Don Rino La Delfa

Tags: , , , ,

Comments are closed.