Le 4 virtù cardinali: la fortezza

apr 6th, 2012 | By | Category: Primo Piano

Siamo giunti al terzo appuntamento del Ciclo organizzato dal Serra Club 184 di Genova sul tema delle 4 virtù cardinali: Mercoledì 18 aprile 2012 alle ore 18.00 presso la Sala Quadrivium (Piazza Santa Marta) si terrà infatti l’incontro sulla “fortezza”, guidato da Alessandro Meluzzi, psichiatra, con la proiezione, a cura di Alberto Di Giglio, di ampi spezzoni del film di Andrej Tarkovskij “Andrej Rublëv”.

Sempre di più nel nostro tempo la forza del male si manifesta nella sua terribilità.

La lotta contro questa forza terribile è compito della fortezza, della quale Sant’Agostino dice che essa è un “testimone inconfutabile” dell’esistenza del male.

Il liberalismo illuministico, come spiega Josef Pieper (Sulla fortezza, Brescia 1965 p. 17), finge di non vedere il male nel mondo, dovuto sia alla forza demoniaca, sia semplicemente alla forza misteriosa della cecità umana e del pervertimento della volontà; nell’ottica illuministica e relativistica la forza del male non appare come “seriamente” pericolosa, tanto che non si possa “trattare” con essa e “venire ad un accomodamento”.

La vita etica dell’uomo viene falsata in una tranquillità senza rischio ed eroismo; la via verso la perfezione appare come una “espansione” quasi di tipo vegetale ed uno “sviluppo” che raggiunge il bene senza lotta.

La pietra fondamentale della dottrina di vita cristiana è al contrario il concetto del bonum arduum del “bene arduo”, che sta al di sopra della sfera della mano allungata senza fatica.

La fortezza autentica, che lotta faticosamente, viene ritenuta dal relativismo dominante come un qualcosa che non ha senso.

Ma quale è l’autentico significato della fortezza cristiana?

Essere forte significa: saper accettare una ferita, ossia ogni attentato, che va contro la mia volontà, della naturale incolumità, saper accettare tutto ciò che accade contro la nostra volontà a noi e in noi, tutto ciò dunque che è in qualche modo negativo, doloroso, dannoso, angosciante, fino alla disposizione a morire nella lotta. Il martirio è la più alta opera, propria della fortezza.

Per meglio dire, la disposizione al martirio è la radice essenziale di ogni fortezza cristiana; senza questa disposizione non vi è fortezza cristiana.

E’ precetto divino strettamente obbligatorio che l’uomo debba tenersi pronto a farsi uccidere piuttosto che rinnegare Cristo o peccare gravemente: essere pronti alla morte è dunque uno dei fondamenti della vita cristiana.

D’altra parte la Chiesa non ha mai approvato un certo entusiasmo facilone per il martirio, quasi una presuntuosa ricerca dello stesso.

In ogni caso, chi è forte in senso autenticamente cristiano, non accetta la ferita per se stessa.

Egli vuole piuttosto, per mezzo di essa, conservare o conquistare una incolumità più profonda e più essenziale.

In altre parole, il cristianesimo non predica la “sofferenza per amore della sofferenza”: il martire non disprezza la vita, anche se la ritiene inferiore a ciò per cui egli la sacrifica.

Con San Tommaso si può dire che l’essenza della fortezza consista nell’accettare ferite nella lotta per la realizzazione del bene: “per il bene il forte si espone al pericolo della morte”; “la fortezza nel superamento del pericolo, non cerca il pericolo, ma la realizzazione del bene ragionevole”; “accettare la morte non significa lodare la morte in sé e per sé, ma soltanto in vista del bene”.

La vera fortezza è sempre collegata con la prudenza, anzi è “informata” dalla prudenza, per cui non ha niente a che fare con un cieco slancio, pura espressione della forza vitale.

Non è forte colui, che senza riflettere e senza discernere, si espone ad un pericolo qualunque: la fortezza è una dedizione di se stessi conforme alla ragione e cioè alla vera essenza e al valore delle cose reali.

La fortezza deve essere sostenuta però non solo dalla prudenza, ma anche dalla giustizia: senza una “giusta causa” non vi è autentica fortezza. Si può quindi dire che senza prudenza e giustizia non vi sia fortezza; soltanto chi è prudente e giusto può essere anche forte.

Essere forti poi non è la stessa cosa che non aver paura.

La mancanza di paura o è cieca e sorda dinanzi ad un pericolo reale, oppure proviene da un pervertimento dell’amore: quando uno non ama non teme nemmeno, e chi ama erroneamente, erroneamente teme.

Emilio Artiglieri

Chi ha perduto la volontà di vivere non teme la morte, ma questa indifferenza alla vita è ben lontana dalla vera fortezza, anzi è un capovolgimento dell’ordine naturale.

L’essenza della fortezza non consiste nel non conoscere paura, ma nel non lasciarsi indurre al male dalla paura o nel non lasciarsi distogliere dal fare il bene.

Ci si può chiedere se l’atto principale della fortezza sia l’assalto al male o la resistenza di fronte ad esso.

Secondo San Tommaso è la resistenza, nel senso che, nei casi estremi, questa può essere l’unica possibilità obiettiva rimasta della opposizione al male, in cui appare l’autenticità essenziale della fortezza.

La resistenza comunque non implica un atteggiamento meramente passivo: piuttosto significa una grande attività spirituale e cioè un fortissime inhaerere bono, un attenersi al bene aggrappandovisi con ogni energia.

Se è vero che la resistenza, o, se si preferisce, la pazienza, nei casi estremi, che ci presenta la struttura dei poteri di “questo mondo”, svela il volto più profondo della fortezza, questa abbraccia anche, quando ciò sia sensatamente possibile, l’assalto al male, sulla spinta di una giusta “ira”, a cui purtroppo un certo cristianesimo “imborghesito” non è più abituato.

Concludendo, è la virtù della fortezza che preserva l’uomo dall’amare la propria vita in modo tale da perderla.

Josef Pieper ci offre un’interessante osservazione sul rapporto tra fortezza e sanità psichica: “alla moderna caratterologia, fondata sulla psichiatria dobbiamo l’idea che la mancanza di coraggio nell’accettazione della ferita e nell’offerta di se stessi, deve essere enumerata tra le cause più profonde di malattia psichica. Carattere comune fondamentale di tutte le neurosi appare l’egocentrismo ansioso: lo spasmodico desiderio di sicurezza, l’incapacità di ‘abbandonarsi’ di chi guarda continuamente a se stesso, in breve quella specie di amore della propria vita che conduce appunto alla perdita della vita. E’ un fatto molto significativo e per nulla casuale, che l’odierna caratterologia citi, spesso ed espressamente, questa parola della Scrittura: ‘Chi ama la propria vita la perderà’. Tale parola, oltre al suo significato religioso immediato, caratterizza esattamente il risultato degli studi psichiatrico-caratterologici: ‘L’Io incorre in un pericolo sempre più grande quanto più grande è la cura con la quale si cerca di proteggerlo’……” (J. Pieper, Sulla fortezza, cit. p. 52).

Non appare quindi incongruo che, a parlare di fortezza, sia stato invitato un noto psichiatra come il Prof. Alessandro Meluzzi.

Emilio Artiglieri, Presidente Serra Club 184 Genova

##########################################

Alessandro Meluzzi

Attività di ricerca presso il laboratorio di Henry Laborit all’Hopital Boucicaut all’Istituto Pasteur di Parigi (1980-1985).

Iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Piemonte (elenco Psicoterapeuti) e come Psicoterapeuta medico all’elenco dell’Ordine dei Medici di Torino.

Direttore Sanitario di Comunità Psichiatriche accreditate S.S.N. a Calamandrana (AT), Castelrocchero (AT) e Rocchetta Belbo (CN), e per adolescenti a rischio a Castelboglione (AT), Cavagnolo (TO), Montiglio (AT) .

Presidente e Fondatore della Cooperativa Sociale A-B Agape “Madre dell’Accoglienza” Onlus di Albugnano (At).

Già Consulente della Comunità di San Patrignano ed attualmente collaboratore della Comunità Incontro di Don Pierino Gelmini per il trattamento del disagio giovanile.

Psichiatra, Psicologo Clinico e Psicoterapeuta, presso gli studi di Torino, Milano, Rimini e Roma.

Vice Presidente Nazionale AIMAC (Associazione Malati di Cancro Parenti e Amici).

Direttore Scientifico dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori.

Direttore Scientifico della Scuola Superiore di Umanizzazione della Medicina (ASL 18 Alba-Bra/ASO Molinette Regione Piemonte).

Docente incaricato a contratto di Genetica del Comportamento Umano (Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica – Università di Siena).

Docente incaricato di Psichiatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, del Corso di Laurea in Terapia Occupazionale – Sede di Moncrivello (VC).

Docente incaricato di psichiatria e comunicazione presso la scuola universitaria per tecnico della riabilitazione psichiatrica della facoltà di medicina Università di Cagliari.

Direttore Scientifico e Docente di Psichiatria del Master Universitario di II livello in “Pet Therapy e Qualità della Vita” presso la Scuola Superiore di Formazione Rebaudengo (TO), affiliata alla Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana di Roma.

Attualmente membro della direzione scientifica e docente dell’IPUE (Istituto di Psicologia Umanistica Esistenziale) accreditato dal MIUR dal 2007.

Già deputato della XII Legislatura (Commissione Esteri, Commissione Politiche Comunitarie) e Senatore nella XIII Legislatura (Commissione Sanità, Commissione Cultura-Istruzione).

Ha lavorato nella cooperazione internazionale e come consulente OMS.

Autore di oltre duecento pubblicazioni scientifiche e dieci monografie in materia psicologica, psicoterapeutica, psichiatrica e antropologico – filosofica.

Giornalista pubblicista iscritto all’Associazione Stampa Subalpina, editorialista di testate di stampa, periodici e quotidiani.

Autore televisivo e collaboratore di servizi su programmi nazionali ed esteri.

Ultime pubblicazioni:

Per le edizioni OCD, ha pubblicato:

ErosAgape. Un’unica forma d’amore (2006), Il Soffio della vita (2007), Cristoterapia (2008), Ti perdono (2008), Abbracciare la croce (2009), Maranathà (2010), Educazione, profezia, mistero (2011), Ho seguito il mio Maestro, 2011

###############################################

Mercoledi 18 aprile 2012 / h 18 nell’ambito della conferenza del prof.Meluzzi , “la fortezza”, verranno proiettati ampi  spezzoni del film  ”Andrej Rublëv” di Andrej Tarkovskij

Andrej Rublëv  (1966),  Fotografia: Vadim Jusov, Musica: Vjaceslav Ovcinnikov, Produzione: Mosfilm, B/N e colore (Sovcolor), cinemascope, durata: 185′

Il personaggio principale del film è Rublëv, il grande iconografo russo vissuto all’inizio del XV secolo; tuttavia non bisogna considerare l’opera di Tarkovskij come una pura e semplice biografia cinematografica dell’artista: il protagonista, ossia ciò che costituisce la vita del film e che rimane come punto di vista costante in ogni inquadratura, non è tanto il pittore ma piuttosto la sua Trinità. Il film è un tentativo di capire e di mostrare la genesi di quell’opera: dalla corruzione dell’anima e del corpo, dalla violenza delle guerre del tempo, dall’insinuarsi nei cuori dell’invidia e della superbia è nata un’opera di estrema purezza che fissa in un’immagine l’amore santo e beato della persona di Dio.

Il colore interviene inatteso dopo tre ore di bianco e nero per celebrare in tutto il suo splendore l’epifania; le bassezze dell’umanità, la vita stessa di Rublëv macchiata da un terribile peccato non potevano colorarsi di una simile magnifica luce. Il film si chiude poi con l’immagine dei cavalli, simbolo di una vita che rinasce (a causa della resurrezione); quei cavalli si contrappongono al cavallo nero del primo episodio che, rantolando a terra, simboleggiava la vita ferita.

La seconda immagine è quella della campana, che sale, ma che può salire e suonare solamente perché un popolo, radunato attorno ad una ragazzo improvvisatosi “genio” della fusione, si è sporcato le mani di terra (ed infatti la campana viene fusa nelle viscere della terra illuminata dall’incandescenza della fornace per poi salire, attraverso una lunga inquadratura, verso il cielo). E’ la fertilità assoluta, la letizia (ossia l’appartenenza alla terra) attorno a cui il popolo disastrato da anni di invasione tartara e lo stesso Rublëv trovano la forza di riunirsi e ricostruire.

Così Rublëv comprende, come in una sorta di rivelazione, di non potersi sottrarre, pur con le mani macchiate da un antico peccato, alla chiamata suprema della Verità.

.

Tags: , , , , , ,

Comments are closed.