Lo sguardo di Gesù rivela lo sguardo di Dio

mar 27th, 2012 | By | Category: Apertura

In un recente incontro presso il Serra di Genova Nervi don Davide Bernini (parroco a Genova e docente alla locale Facoltà di Teologia) ha approfondito il tema dello sguardo di Gesù, primo segno di comunicazione della Parola e di salvezza.

Traendo spunto dal 2° libro di Papa Ratzinger su Gesù di Nazaret, l’abate don Bernini ha proposto un’attenta riflessione sulle caratteristiche e sul significato dello sguardo di Gesù. Uno sguardo che, come evidenzia l’apostolo Giovanni, rivela lo sguardo di Dio, fa l’esegesi del Padre.

Se l’Antico Testamento presenta una sorta di immutabilità del mistero di Dio, l’Incarnazione mostra la novità di un Dio che, mediante il Figlio, guarda la creazione con occhi di creatura. E se la Parola di Dio si era manifestata anche nell’Antico Testamento (in primis tramite i profeti), con l’Incarnazione abbiamo ricevuto anche il dono dello sguardo di Dio, attraverso lo sguardo di Gesù.

Don Davide Bernini

In particolare, nei vangeli c’è una ricchezza di episodi nei quali viene evidenziato il modo di osservare di Gesù. Sappiamo, per esperienza, che lo sguardo che accompagna la parola, oltre a manifestare attenzione, le da’ spessore, consente di contestualizzarla. Analogamente, nei vangeli lo sguardo è portatore di un senso, diventa una chiave ermeneutica della Parola.

Don Bernini ha analizzato sette episodi nei quali Gesù vede qualcosa che gli altri non vedevano. Così in Mc 12, 41-44, Gesù, giunto alla spianata del Tempio (cioè nel luogo fondamentale dell’incontro di Dio con l’uomo), osserva i presenti e vede nell’obolo della vedova il vero atto di culto. Quella donna non da’ il superfluo, ma tutto quello che ha. E’ un’immagine che ci provoca, e invita a non fermarci all’apparenza, ma ad andare al cuore delle persone, delle situazioni. E ciò è vero, in particolare, per la società attuale, caratterizzata dalla civiltà dell’immagine.

Il relatore ha poi esaminato il rinnegamento petrino, secondo la versione di Luca. Intanto, va rilevato che Luca, unico evangelista che riferisce del pianto di Pietro, presenta in un contesto di preghiera la Passione. Gli altri sinottici ricordano che Gesù in Croce si rivolge al Padre con la nota invocazione, tratta dal Salmo 21, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?“ (Mt 27,46 e Mc 15,34). Luca, invece, riporta altre 2 frasi del Signore: ai responsabili della crocifissione (“Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno” Lc 23.34) e al buon ladrone (“In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso“ Lc 23,43). Si tratta, in sostanza, di due preghiere.

Analoga sensibilità traspare dallo sguardo di Gesù che incontra, dopo il rinnegamento, quello di Pietro, lasciandogli intravedere la disponibilità a riprendere la relazione interrotta. Agostino confronterà questo episodio con quello, riferito da Matteo, del tradimento di Giuda e concluderà che, grazie allo sguardo del Signore, Pietro non si è suicidato, a differenza dell’Iscariota. Entrambi hanno tradito, ma seguono due percorsi diversi. Pietro riesce a intuire che Gesù non si ferma a stigmatizzare la sua caduta, ma è capace di incoraggiarne il ravvedimento. Giuda, invece, non riesce a incontrare quello sguardo e conclude la sua vita da disperato.

Il terzo episodio è quello della chiamata di Zaccheo, riferito solo da Luca. Il testo ruota intorno al desiderio di vedere, che Zaccheo manifesta. Anche i profeti dell’Antico Testamento (Mosè, Elia) desideravano vedere Dio, ma dovevano accontentarsi di vederlo di spalle o, comunque, non in viso. E ora Zaccheo, pur incontrando ostacoli che gli impediscono di incontrarlo (la bassa statura, la folla che segue Gesù), è fortemente determinato a superarli. Così sale sul sicomoro, ma ecco che Gesù alza lo sguardo, è lui che prende l’iniziativa di farsi vedere, è Dio che cerca l’uomo.

In verità, l’uomo che cerca Dio lo ha già trovato, perché – come spiega sant’Agostino nelle Confessioni – è Dio stesso che gli mette in cuore il desiderio di conoscerlo. L’esperienza di Zaccheo è metafora del nostro incontro con Dio: è sempre Lui ad assumere l’iniziativa dell’incontro.

Vi è poi un altro tipo di sguardo, quello dei farisei, che non è interessato a un gesto di salvezza, ma a mettere Gesù alla prova. In Mc 3, 1-6 viene rievocata la guarigione di un uomo con la mano inaridita. I farisei, sapendo dei miracoli di Gesù, “lo osservavano per vedere se lo guariva di sabato per poi accusarlo”. Gesù, pur conoscendo la loro malizia, pone una domanda, offrendo una via d‘uscita (“E‘ lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?”).

Guido Lagomarsino Presidente Serra Club Genova Nervi

E’ una domanda che vorrebbe essere liberante, in essa è implicita una risposta di buon senso. Ma alla domanda segue un eloquente silenzio. E allora lo sguardo di Gesù, ferito dalla “durezza dei loro cuori” esprime tristezza, disgusto e anche ira (“guardandoli tutt‘intorno con indignazione“). Finora gli sguardi riferiti dai vangeli evidenziavano aspetti positivi. Qui, invece, c’è la denuncia aperta della malvagità dei farisei.

Nell’episodio del giovane ricco, Marco riporta un particolare che non troviamo negli altri vangeli: prima di indicare la via della perfezione (non basta il rispetto dei comandamenti, ma ci vuole il distacco dalla ricchezza, a favore dei poveri), “Gesù, fissatolo, lo amò”. Dunque, il suo amore precede il nostro e prescinde dalla nostra risposta. Quindi è gratuito, corre il rischio del fallimento, se non vi è corrispondenza (come nel caso del giovane ricco) da parte della persona amata. E questa gratuità precedente, di cui parla anche san Paolo, è un modello che dobbiamo sempre avere presente, ad esempio nell’amore genitoriale.

Don Davide ha poi analizzato la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Con questo segno Gesù non vuole ostentare una potenza miracolistica. In verità, nessun evangelista parla di moltiplicazione; il verbo fondamentale, se mai, è spezzare. Gesù ci insegna la condivisione e desidera far partecipi i presenti, tutti bisognosi di quel Pane.. Da notare che nel rituale della benedizione non era previsto di alzare gli occhi al cielo. I vangeli sinottici, invece, sottolineano lo sguardo di Gesù verso il Padre, che rende possibile la condivisione. E’ lo stesso gesto che compirà anche dopo la Risurrezione.

Infine, il risveglio di Lazzaro è l‘ultimo segno, riferito da Giovanni, prima della Passione. Qui il vedere di Gesù è uno sguardo che ci passa accanto (“quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò …” Gv 11, 33). E’ l’unico testo che riporta un pianto del Signore, il suo è uno sguardo capace di condividere e di soffrire, ma è un pianto fattivo, perché prepara il risveglio (provvisorio) di Lazzaro, che prefigura la Risurrezione.

In definitiva, la tradizione biblica attribuisce particolare valore allo sguardo di Gesù, che è espressione dello sguardo di Dio sull’uomo ed è il modo di vedere che siamo chiamati ad assumere verso il nostro prossimo. Citando san Tommaso d’Aquino, il relatore ha concluso che avere la fede vuol dire guardare se stessi, gli altri e la realtà che ci circonda con lo sguardo di Dio.

Sergio Borrelli

Sergio Borrelli

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