Essere prete è “rinunciare” ?

mar 27th, 2012 | By | Category: Eventi

Quali sono le ragioni del calo delle vocazioni? Quali sono i principali ostacoli alla scelta di una vita sacerdotale o religiosa ?

La maggioranza della popolazione si sente lontana dalla figura che nella nostra società più rappresenta un ponte tra uomo e Dio, tra chiesa e territorio. La caduta di popolarità del clero è un . evidente indizio della crisi di riconoscimento sociale che coinvolge il ruolo del prete nella modernità avanzata, come emerge anche dall’andamento delle vocazioni religiose negli ultimi decenni.

I dati dell’Annuarium Statisticum Ecclesiae fotografano infatti una forte curva discendente: se nel 1978 i sacerdoti diocesani in Italia erano 41627, nel 2006 essi sono scesi a 33 409, circa il 25% in meno. Il calo dei sacerdoti religiosi è stato anche maggiore: dai 21500 nel 1978 sono passati a circa 13 000 nel 2007, circa il 40% in meno. Il 60% del totale dei preti è stato ordinato prima del 1978 e, quindi, l’età media del clero diocesano già nel 2003 era di 60 anni, di cui il 13% formato da ultraottantenni e solo meno del 19% con un’età inferiore ai 40 anni.

Tutto ciò si riflette ovviamente in un turnover negativo per i sacerdoti, con le nuove vocazioni che non compensano i decessi, per non parlare degli abbandoni. Nel 2006, ad esempio, si sono avute in Italia 473 nuove ordinazioni, a fronte di 708 decessi e di 28 persone che hanno lasciato il ministero. In altri termini, per ogni due nuovi sacerdoti ordinati se ne perdono circa tre.

Il clero in Italia, dunque, ha sempre meno effettivi ed è sempre più vecchio.

I principali ostacoli

Quali sono le ragioni del calo delle vocazioni?

Quali oggi i principali ostacoli alla scelta di una vita sacerdotale o religiosa?

Nel rispondere a questa domanda, la gente non individua un fattore prevalente, ma chiama in causa una serie di ragioni concomitanti. Tra queste, due spiccano con maggior evidenza: il «non potersi sposare e avere figli» (sottolineata dal 34,6% dei casi) e il dover «rinunciare a troppe cose» (32,8%).

L’etichetta della rinuncia è dunque fortemente appiccicata alla condizione del prete o alla vocazione religiosa, sia per la norma della Chiesa di Roma che prevede il celibato del clero, sia per il minor grado di libertà e di autonomia in genere attribuito a chi compie questa scelta di vita. L’idea di sacrificare una parte vitale di se stessi – vuoi rinunciando a un legame affettivo, a una vita di coppia, all’esperienza della paternità, vuoi limitandosi nelle proprie possibilità espressive — risulta assai ostica alla sensibilità attuale, che mira a un modello di realizzazione vario e articolato, orientato a non precludersi opportunità in tutti i campi dell’esistenza.

Ma la rinuncia non è l’unica «palla al piede» attribuita alla vita sacerdotale e religiosa.

Altri elementi negativi o problematici vengono individuati nell’aver .a che fare con una scelta di vita totalizzante, «che impegna per sempre», nel peso della responsabilità connessa a questo tipo di vocazione, nella condizione di solitudine a cui vanno incontro «gli uomini e le donne di Dio»

Ognuno di questi aspetti è sottolineato da circa il 20% della popolazione.

Si precisano cosi ulteriormente le riserve culturali oggi prevalenti nei confronti di una scelta sacerdotale o religiosa che molti ritengono controcorrente rispetto alle tendenze prevalenti. Ciò in quanto essa si presenta anzitutto come il frutto di una decisione irreversibile, come una scelta totale di vita, che si smarca dalla tendenza di molti giovani a procrastinare le decisioni di fondo dell’esistenza o a non operare opzioni definitive.

L’accenno al carico di responsabilità evidenzia invece la difficoltà attuale ad assumere ruoli socialmente impegnativi, nei quali la dedizione e il sacrificio, gli oneri e i doveri, sembrano di gran lunga prevalenti rispetto alle possibilità di realizzazione personale. Inoltre, l’idea della solitudine chiama in causa non solo la sfera affettiva, ma anche quella sociale, per un ruolo religioso che conduce chi lo sceglie al di fuori delle normali relazioni di vita e che – nella società secolarizzata – può essere oggetto di scarso riconoscimento pubblico.

Non c e dunque solo una solitudine dovuta alla mancanza di una propria famiglia, ma anche l’isolamento connesso a un ruolo religioso che nella società contemporanea non gode più della considerazione che aveva nel passato.

Da ultimo, altre difficoltà attuali nel farsi prete o nel consacrarsi a Dio vengono indicate nel vincolo dell’obbedienza, nella convinzione che si tratti di opzioni di vita che trovano ostacolo nella mentalità corrente, nella consapevolezza che questa non è l’unica via o forma in cui si può attuare un impegno religioso.

Questi tre fattori negativi vengono segnalati da una quota di popolazione che oscilla dall’11 al 16% dei casi. La disposizione all’obbedienza è comunque l’aspetto il meno richiamato dalla gente comune nello spiegare lo scarso appeal che la vita sacerdotale o religiosa esercita sui giovani d’oggi; segno questo non soltanto che per la condizione qui analizzata si ritengono più rilevanti altri vincoli e impedimenti (quelli prima esposti), ma anche che l’«obbedienza» (al vescovo o ai superiori religiosi) viene considerata come una regola costitutiva della vita sacerdotale o religiosa.

Per contro, è più diffusa l’idea che si possa fare del bene o esprimere l’impegno religioso anche in forme diverse dal sacerdozio o dalla vita consacrata, in linea con quella valorizzazione della presenza dei laici credenti nel mondo che è stata una delle conquiste del Concilio Vaticano II.

Il credente solitario

Ecco dunque — a detta degli italiani — le ragioni della crisi del clero e della vita religiosa che sta indebolendo la presenza e l’organizzazione della Chiesa nelle nazioni occidentali. La perdita di prestigio e di consenso del farsi prete o del professare i voti religiosi può essere alla base della distanza sempre più crescente che si registra tra gli italiani e gli operatori del sacro.

Già in precedenza s’è visto che ben il 45,2% della popolazione è ormai convinto di poter fare a meno dei preti e delle figure religiose nel proprio rapporto con Dio, idea questa significativamente diffusa anche tra i molti italiani che continuano a dichiararsi cattolici (39,1%).

Anche in una nazione a .lunga tradizione cattolica sembra dunque affermarsi il profilo del «credente solitario» di cui ha parlato Peter Berger nei suoi studi sulla situazione americana, tipico di un fedele che in luogo di accettare il ruolo di mediazione tra uomo e Dio svolto dal clero e dalla chiesa si affida sempre più al «fai da te» religioso.

Un’ulteriore conferma di questa tendenza sembra individuabile nel fatto che non più del 23% degli italiani dichiara di aver parlato con un sacerdote dei propri problemi personali nell’ultimo anno; e ciò pur in un contesto in cui la Chiesa e il personale religioso hanno ancora una presenza assai disseminata sul territorio, la pratica religiosa della popolazione è ancora consistente, così come è assai elevato il ricorso ai riti religiosi di passaggio.

Per ampie quote di popolazione il prete è più un operatore di servizi religiosi che una figura di riferimento spirituale o morale. Di qui i contatti essenziali o la scarsa propensione a instaurare con un sacerdote o con un religioso/religiosa un rapporto di confronto e di arricchimento sui temi personali e spirituali.

Diverso invece è ciò che accade per quote limitate di italiani, che frequentano con maggior assiduità gli ambienti ecclesiali- e hanno maggior familiarità con gli operatori del sacro.

E’ il caso, ad esempio, dei cattolici «convinti e attivi», il 55,5% dei quali dichiara di aver parlato nell’ultimo anno con un sacerdote dei propri problemi personali. Del resto, l’84% di questo insieme di cattolici più impegnati considera il clero come una categoria ecclesiale vicina alla propria condizione di vita, segno questo di assonanza sui valori e di condivisione di esperienze.

L’insieme di queste indicazioni meglio illustra i confini della crisi del clero nella società italiana. I preti sembrano aver perso il consenso globale di cui godevano nel passato, mentre mantengono uno specifico riconoscimento all’interno del mondo cattolico più impegnato.

Man mano che ci si allontana da questo zoccolo duro del cattolicesimo, diminuisce l’importanza assegnata a queste figure, che vengono considerate più per le funzioni che svolgono o per i sacramenti che offrono che come punti di riferimento religioso o spirituale.

Ciò non toglie che una parte dei preti venga valorizzata anche da persone appartenenti a. fedi religiose non cattoliche, soprattutto per l’azione solidale e caritativa che essi compiono a favore degli ultimi e degli immigrati stranieri. In effetti, tra i credenti non cattolici, il 18% dichiara di sentire i sacerdoti cattolici vicini a sé e il 13% di aver parlato con un prete di questioni personali nell’ultimo anno.

Franco Garelli

Opinione sui principali fattori/motivi che spiegano il calo delle vocazioni (valori percentuali;possibili più risposte)

Non potersi sposare 34,6

Bisogna rinunciare a troppe cose 32,8

Una scelta che impegna per sempre 21,7

II peso della responsabilità 19,2

La solitudine 19,3

Oggi ci sono altre possibilità per un impegno religioso 16,4

E’ la mentalità corrente che ostacola questo tipo di scelte 13 0

Il vincolo dell’obbedienza 11,0

Numero di casi 3160


Franco Garelli


Fonte : Il bollettino salesiano

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