Il valore del silenzio

feb 22nd, 2012 | By | Category: Cultura

Un mese fa in un monastero benedettino, nel gran silenzio della clausura, avevamo chiesto alla ma­dre badessa cosa arriva, lì dentro, delle voci e delle paure di noi che stiamo fuori. Ho l’impressione, aveva risposto la monaca, che arrivi tutto, perfino ciò che non viene detto: «In questo silenzio si sente anche ciò che non è pronunciato».
Viene in mente questa risposta nel leggere Benedet­to XVI nel Messaggio per la Giornata delle comuni­cazioni sociali. Il Papa dice che per comunicare oc­corre «imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare». E usa, e ripete la parola ‘silenzio’. Senza il silenzio, dice, «non esistono parole dense di contenuto».

Nel silenzio si approfondisce il pensie­ro, tacendo si permette all’altro di parlare. Nel silen­zio si colgono «il gesto, l’espressione del volto, il cor­po, come segni che manifestano la persona».

La sof­ferenza, si esprime con forza nel silenzio. E là dove i messaggi e l’informazione abbondano, «il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è essenzia­le da ciò che è inutile». Elogio del silenzio, dunque; fascino di una provoca­zione che dentro al nostro rumore quotidiano va di­ritta a indicare ciò che più ci manca.

Siamo la gene­razione di uomini più di ogni altra apparentemente informata: tragedie anche lontane ci vengono rac­contate e mostrate in tempo reale; i nostri figli sono costantemente in rete, e davvero a volte sembra una ragnatela, un viluppo di fili annodati questo essere sempre on line, aggiornati, raggiungibili.

Per molti di noi non c’è un istante, nella giornata, di silenzio. Chi è solo in casa accende tv o radio, come angosciato da quello strano vuoto che preme addosso, altrimenti, e quasi insinua sottilmente irrequiete domande. Un tg allora ci soccorre sgranando le ultime notizie, una chat distrae, nella catena di chiacchiere con scono­sciuti di cui non vediamo il volto, né gli occhi – che tanto ci direbbero, oltre le parole.

Siamo informati di ogni evento che rimbalzi sugli schermi o sul web, mentre ancora quell’evento accade. Sappiamo, cre­diamo di sapere, tutto. Ma, «dov’è la sapienza che abbiamo perduto nella informazione?» si chiedeva E­liot nei Cori della Rocca, come un profeta.
Il silenzio per distinguere, nel rumore, ciò che è es­senziale. Quanto profondamente ci riguardano que­ste parole del Papa.

E che cosa è essenziale? Forse quelle domande che vengono accuratamente sepol­te dal chiacchiericcio instancabile, sui giornali, nei blog, nei twitter che cinguettano e spifferano parole leggere. Quelle domande che vengono su da noi stes­si nella quiete, nella solitudine, e che cocciutamen­te ci chiedono chi siamo e dove stiamo andando; e cosa ci manca davvero, per essere felici. Domande in­sidiose, e la nostra mano che subito si allunga a pre­mere un telecomando, a cliccare su un tasto: Face­book, Youtube, e parole, parole, parole. A volte le pa­role possono essere abusate, inflazionate, per ‘non’ comunicare.
Ma cosa troveremmo, il giorno che spegnessimo la tv, staccassimo le cuffie dell’iPod, e lo schermo del pc restasse per qualche ora buio? (Magari, al principio, una crisi di astinenza, una sofferenza in quel vuoto che assorda; e che forse vuoto non è affatto, anzi è col­mo di qualcosa che affascina e spaventa). Forse, so­li con noi stessi, facendoci coraggio come viandanti che imbocchino un sentiero non battuto, intuirem­mo la bellezza della contemplazione, e uno spazio in­teriore grande dentro di noi, che ignoravamo.

E avanti ancora, in quel silenzio reverente avvertiremmo in­fine la ‘sorgente’ evocata ieri da Benedetto XVI; quel­lo scorrere di acque sotterranee che nel profondo ci lega gli uni agli altri. Misteriosa sorgente «che ci con­duce verso il nostro prossimo, per sentire il suo do­lore e offrire la luce di Cristo», ha detto il Papa. Ma, vogliamo noi arrivare a quella sorgente? Le nostre mani che digitano, cliccano, sintonizzano, gli occhi che guardano, le orecchie infaticabilmente intente a distrarci, a soffocare nel rumore la domanda più gran­de. A tacere di noi, disse Rilke, «come si tace di un’on­ta, come si tace di una speranza ineffabile». Quella speranza che colma il silenzio, per chi resta ad ascol­tare.

Marina Corradi

Fonte:  Avvenire

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