Ma si può recuperare il senso della chiamata con l’ascolto e l’obbedienza ?

gen 16th, 2012 | By | Category: Primo Piano

Una cultura che privilegia il narcisismo e l’egocentrismo è tra le principali ragioni del calo delle vocazioni. Un fenomeno che riguarda soprattutto le società più ricche dominate dal consumismo.

La progressiva diminuzione delle vocazioni al sacerdozio in Europa, ha molte cause, che in questa sede non possiamo certo esaminare tutte. Limitiamoci a una, che è sicuramente alla radice del fenomeno: la crisi del concetto stesso di “vocazione”. Non è un caso che, insieme a quelle alla vita religiosa e al ministero sacerdotale, diventino sempre più problematiche anche le vocazioni al matrimonio.

Il diffondersi della cultura della coppia — sganciata da impegni familiari – e l’imporsi della “famiglia di fatto” – che questi impegni li assolve, ma senza assumersene mai la responsabilità con una scelta formale e tendenzialmente irrevocabile — hanno la loro origine anch’essi nella difficoltà di percepire nella propria vita una chiamata che ne condizioni in modo decisivo e definitivo l’orientamento.

Di “vocazione” oggi si continua a parlare, ma nel senso di una inclinazione naturale, di un’attitudine, che inclina a cercare la propria realizzazione in una attività piuttosto che in un’altra. La logica rimane quella, autoreferenziale, della propria realizzazione come obiettivo unico ed esclusivo della propria esistenza.

Per recuperare il senso originario della vocazione si può confrontarlo con quello appena accennato e fissarne le differenze rispetto ad esso. Innanzi tutto, nella vocazione autentica non è in gioco solo la propria indole, con le sue preferenze, ma si è chiamati da Qualcuno. Questo significa che la vocazione, quando è veramente tale, si compie all’insegna di un esodo, di un uscire da se stessi, per andare verso l’Altro che ci interpella. È frutto di un ascolto e un’obbedienza.

Ciò non esclude che si tenga conto delle proprie attitudini e delle proprie aspirazioni, ma solo per cercare di comprendere, attraverso di esse, a che cosa questo Altro ci chiami, e in funzione del suo, non del nostro progetto.

In secondo luogo, la vocazione ha come fine non la realizzazione di se stessi, ma un servizio da rendere agli altri e a Dio. Questo non deriva da uno stravolgimento delle categorie umane in nome di un fanatismo religioso, ma dal rispetto profondo di queste categorie.

Le professioni non sono nate dall’esigenza che colui che le esercita si realizzi, ma dalla loro funzione oggettiva. La medicina non è sorta affinché i medici si realizzassero, ma dall’esigenza di curare gente che è malata. Lo stesso vale per la famiglia, che biologicamente e storicamente nasce dal fatto che i piccoli della specie umana, a differenza di quelli delle altre specie (presso cui la famiglia non esiste) hanno bisogno per lunghissimo tempo di una struttura che li protegga e li faccia crescere fisicamente e psicologicamente.

Ciò non esclude che ci si realizzi nel proprio lavoro o nella vita familiare, ma questa dev’essere la conseguenza o un obiettivo concomitante, non il fine esclusivo di queste scelte.

In base a queste due prime caratteristiche, la vocazione autentica non può essere soggetta alle oscillazioni dell’umore o dei sentimenti.

Non avendo una connotazione unicamente soggettiva, come quella di cui oggi si parla, può sopravvivere anche alle tentazioni e alle difficoltà inevitabili che, nel tempo, minacciano la fedeltà ad essa. Ciò non vuol dire che non ci siano alti e bassi, momenti di difficoltà o di crisi, ma che essi non devono mai essere considerati come motivi validi per abbandonare il proprio cammino, per quanto arduo sia.

È alla luce di queste considerazioni che si comprende perché proprio nelle società più ricche, dominate dal consumismo, le vocazioni diminuiscano, sotto l’urto di una cultura che privilegia il narcisismo e l’egocentrismo, e che al tempo stesso, con il moltiplicarsi degli stimoli, dei messaggi, delle opportunità, tende a disgregare l’unità dell’io.

È su questo terreno culturale, non su un vago moralismo o su un facile devozionismo, che bisogna oggi lavorare, ripensando le basi dell’educazione in famiglia, a scuola, in parrocchia e forse ancora di più nei seminari. È possibile, allora, che la vocazione al sacerdozio, e non solo quella, venga riscoperta dall’immaginario collettivo come una possibilità pienamente umana, oltre che cristiana.

Giuseppe Savagnone

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