La rivelazione dell’uomo a Dio

gen 5th, 2012 | By | Category: Cultura

Hans Urs von Balthasar ha dedicato l’ultimo profilo del suo volume Stili laicali al poeta francese Charles Péguy. È in queste pagine che si trovano due frasi davvero sorprendenti. La prima è un giudizio di valore che il grande teologo dà di Péguy: «Non si era mai parlato così cristiano sinora». La seconda è un’affermazione sul senso ultimo dell’esistenza cristiana: «Il cristiano è la cosa più umana che ci sia».

Naturalmente la prima frase non costituisce un invito a considerare Péguy alla stregua dei Padri della Chiesa. Trattandosi però del giudizio espresso da quello che, probabilmente, resta il più grande teologo cattolico del XX secolo, deve far riflettere un’affermazione tanto netta. Forse il teologo svizzero ha sintetizzato in essa l’ammirazione profonda davanti all’audacia che questo poeta ha avuto, concependo una materia e un genere letterario veramente unico: tentare d’immaginare e raccontare dei dialoghi intratrinitari, ponendosi nell’angolo visuale di Dio Padre, quasi volendo poggiare il capo, se mai ciò potesse riuscirci, sul petto umano di Dio per ascoltarne il ritmo del Cuore (esattamente come era accaduto, su questa terra, a Giovanni con Gesù).

Péguy ha “inventato” così i suoi Misteri e deve esser stato sostenuto da una grande fede nello Spirito Santo per pensare di potere aver successo in una impresa tanto ambiziosa. I suoi dialoghi infatti costituiscono un tentativo di rappresentare la «teo-drammatica», il dramma intradivino, che è innanzitutto il dramma della reciprocità dell’Amore di Dio Padre. Volendo che il suo Amore fosse liberamente (realmente) amato, Dio si è affidato agli uomini; ha dovuto far suo, così, in una qualche maniera lo smarrimento di quanti se ne allontanano. Egli prova angoscia per i tutti questi suoi figli che si possono perdere, come il padre dei due figli nella parabola di Luca; ma anche, allo stesso modo di quanto accade a questo padre, Lui stesso, per primo, spera che tutti si possano ritrovare e li attende.

Ponendosi nella prospettiva di Dio Padre, si intravede la «vena sorgiva del reale». Si capisce allora perché per il poeta la prima grande categoria interpretativa della storia divenga la mistica. È il contatto immediato, per quanto sia possibile, con l’origine; esattamente il contrario della politica, della quale la modernità si è innamorata, reputando di aver trovato così la chiave della storia. Si comprende pure perché l’altra categoria per intendere il mondo sia la profezia: significa, per Péguy, semplicemente possedere il senso del sacro e del santo, non smarrire mai la dimensione dell’eterno nell’intendere il tempo. E, anche qui, bisogna dire che si tratta di andare oltre la modernità, l’unica epoca nella storia dell’umanità segnata da una «spaventosa privazione del sacro», in ragione soprattutto di una ipersacralizzazione del denaro.

L’atteggiamento mistico e profetico consente di vedere la creazione «come al mattino del primo giorno», quando tutto usciva dalle mani di Dio: vedere pertanto e intendere immediatamente lo spirito della carne, la dimensione divina di ogni creatura – la sua verità tutta intera, infine. Così vedono il mondo i santi e, secondo Péguy, gli eroi, i poeti e i filosofi: nella misura in cui riescano a mantenere la purezza e il candore dei bambini. Può sperare un uomo, un uomo qualsiasi – ogni uomo che viene a questo mondo, di pervenire a tanto, di vivere nella sua vita ordinaria, non eroica non poetica e non filosofica, una dimensione così straordinaria? Donde potrà venirgli allora la purezza per il suo cuore e il candore per i suoi occhi?

Invero non è semplice essere così; ogni uomo piuttosto conosce un «vieillissement», un inesorabile declino, che fa piuttosto appassire la sua esistenza, in un processo di indurimento del cuore e di opacità dello sguardo, ognor progredienti. Eppure il miracolo, l’Evangelo cristiano, è tutto qui: se un uomo sceglie di portare amore all’Amore di Dio, «un riflesso della gratuità del Suo cuore si risveglia nel proprio cuore».

È la fede, questo cammino del povero, impotente-potente, amore cristiano, che imita creativamente l’Amore del Padre e così rassomiglia veramente al Figlio. Un uomo che vive così, da cristiano semplice, riceve ogni giorno il dono di vedere il mondo come uscito dalle mani di Dio: tutto diventa nuovo, ogni cosa può compiersi realizzando le sue potenzialità reali, destinate altrimenti a restare per lo più inespresse. È una vera e propria germinazione dell’essere, quello stesso fenomeno che accade a tutta la natura in primavera, alle gemme come ai boccioli, ma anche ai grembi delle nostre madri: è la tenerezza ontologica.

Leggendo i Misteri, è sorprendente trovare, in pagine che sembrano dedicate alla ricerca e alla definizione di una forma di esistenza cristiana interprete dell’epoca storica che stiamo vivendo, una magnifica lode del padre di famiglia. Notiamo subito che Péguy parla del padre, ma forse si potrebbe dire che sta pensando nello stesso tempo alla madre, tesse pertanto un elogio della genitura – credo si debba pensare così. Osserviamo anche che certamente egli ha in mente e sta descrivendo il mondo contadino della sua infanzia, la Francia dell’ultimo quarto del secolo XIX; è un padre di famiglia, il suo, che vive una condizione di miseria. Così accade però ancora oggi nella maggior parte delle contrade del mondo e così è stato per la quasi totalità degli uomini che hanno abitato la terra, mangiando un pane amaro, gravido di stenti; per questa ragione, dunque, il suo discorso sulla condizione di miseria dell’umanità assume senz’altro un significato universale.

Il poeta prova la più grande sofferenza di fronte alla sterminata miseria umana, frutto di ingiustizie sociali che vengono da lontano, di odio antico: «essa è nella storia – egli scrive – ciò che è l’inferno nella teologia cattolica». Accadrà mai allora, un giorno e in un qualche luogo di questo mondo, che essa possa essere vinta? Ci sarà mai una «Cité harmonieuse» che bandisca per sempre la miseria e nella quale non ci sia mai neppure un solo uomo che possa perdere la sua umanità, che finisca «all’inferno» e senza alcuna speranza di uscirne?

Bisogna dire che il cattolico Péguy, da un certo momento della sua vita in poi, non cercherà più una risposta sociale (meglio, «socialista») a questi problemi che lo hanno tanto angosciato. Egli apprende solamente a pregare «che Dio salvi, se possibile, tutti»; mentre suggerisce con forza che «si debba pensare a salvare l’anima piuttosto come si perde un tesoro, non come si salva un tesoro». La nostra prima, propria preoccupazione non deve essere allora quella di voler salvare tutto il mondo dalla miseria: questo è in primo luogo «affar di Dio». A nessun uomo è affidato tutto il mondo, a ciascuno è consegnata una porzione di mondo: che questa si salvi e non si perda dipende innanzitutto e in senso proprio dalla responsabilità operosa di ciascuno di noi.

Ecco il compito che dona senso all’esistenza del padre di famiglia. Egli lotta in primo luogo perché i suoi figli possano avere ogni giorno il loro pane da mangiare e che possano godere di buona salute; infine, che possano avere una condizione di vita migliore rispetto a quello che lui stesso ha avuto. Il padre di famiglia vive in primo luogo per i figli. È questa la decisione segreta che egli ha preso e l’impegno che ha assunto, una volta per tutte. È questa l’origine delle sue sofferenze, che in qualche modo ogni giorno si moltiplicano, centuplicandosi: anche le sofferenze della sua sposa e di ciascuno dei suoi figli gli appartengono e lacerano la sua carne non meno delle sue. Della sua sposa e dei suoi figli egli d’altronde ha scelto di farsi ostaggio, accogliendone gioie e patimenti (sino a quel patimento estremo, che è l’essenza stessa di ogni patimento: di poter vedere premorirgli i suoi cari). Bisogna anche dire però che è questa la fonte della sua letizia interiore, ciò che rende tutto, nonostante tutto, leggero e sopportabile.

Quando Péguy compone questo elogio sembra dica cose del tutto ordinarie e perfettamente condivisibili, pienamente ragionevoli. Pare pertanto giusto affermare che egli stia parlando sul piano dell’uomo «naturale», nel senso almeno in cui questo termine si oppone a «soprannaturale». Nello stesso tempo però, quando dice che questo padre, nella quotidiana ripresa della sua decisione di essere-per-i-figli, arriva ad donare interamente, proprio compiendo un’offerta sacrificale, tutta la sua esistenza: il suo pane, la sua salute e finanche la sua vita, perché i figli possano averne e in abbondanza, si mostra con evidenza che dall’uomo «naturale» sta emergendo una dimensione nuova, prima inesplorata, di autenticità: Péguy sta parlando in verità dell’ autentico poter essere del padre. Come accade, vien fatto di chiedersi, tutto questo?

In realtà il padre di famiglia di Péguy, con l’offerta e col sacrificio del suo cuore è un uomo che ha iniziato a vivere solamente nella dimensione della speranza: Egli è sostenuto dalla certezza che tutto per i suoi cari – nonostante tutto e a dispetto delle apparenze – andrà costantemente verso il meglio. È dunque la virtù teologale il segreto di quella leggerezza che rende sostenibile l’essere. Quest’uomo, allora, riesce a vivere la sua paternità «naturale», portandola ad una sorta di sovra-compimento del piano naturale, grazie al quale appare evidente che si riesce a vivere la condizione carnale in piena verità: per tutto quello che è possibile viverla. Il padre di famiglia, quello che ci si mostra così umano, è in realtà e di fatto un padre semplicemente cristiano. Grazie alla virtù teologale, egli riesce a sperimentare quanto altrimenti per lui e per ogni altro uomo resterebbe solo condizionale e forse soltanto inefficace.

Questo padre cristiano «indovina» coi suoi desideri il desiderio più profondo di Dio Padre, che tutti i suoi figli abbiamo la vita e l’abbiano in abbondanza. Questa è la gloria di Dio, lo recita il salmo; e questo è il segreto comune che egli ora ha con Dio, autentica polla sorgiva della sua vita spirituale. Permanendo in questa disposizione fondamentale, egli allora rivela sé davanti a Dio, oltre che davanti a se stesso. Dio stesso si compiace per quello che sono capaci di fare questi figli: si commuove che questi poveri suoi figli siano capaci di trasformarsi in ostie sacrificali solo per amore – diventando in tal fatta veramente suoi figli, ad imitazione e per rassomiglianza del Figlio.

Péguy chiama «Justice» questa rivelazione dell’uomo a Dio; essa costituisce la novità portata dalla rivelazione di Dio all’uomo: è la Grazia che realizza il «giusto essere» dell’uomo.

Antonio Bellingreri

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