Le origini della celebrazione del Natale

dic 28th, 2011 | By | Category: Cultura

La prima notizia riguardante la celebrazione del Natale la troviamo nel cronografo di Furio Dionisio Filocalo (+ 382 ca). Si tratta di un calendario romano dell’anno 354 che, in appendice, riporta due liste di anniversari: una riguardante alcuni vescovi e l’altra riferita ai martiri. Quest’ultima inizia con il Natale di Cristo posto al 25 dicembre. 

Ma in quale giorno nacque Gesù? Non possiamo dare una risposta a questa domanda: i vangeli non offrono nessuna indicazione in merito e neanche gli scrittori più antichi ci danno informazioni precise. Ma possiamo almeno chiederci come si arrivò a stabilire la data del 25 dicembre? Per tentare una risposta dobbiamo affrontare la questione articolandola su tre livelli.

Il primo livello è di ordine dogmatico. Esso ci offre il quadro nel quale si inserisce l’affermazione e lo sviluppo della festa del Natale. Il Concilio di Nicea del 325 aveva condannato le tesi di Ario – presbitero egiziano che faceva del Verbo la prima creatura di Dio, intermedio tra il Padre e la creazione – riaffermando il Verbo consustanziale al Padre, eterno e uguale a lui in tutto. Con Nicea si codificava una verità fondamentale della fede cristiana: il Verbo eterno si è fatto uomo nel tempo, interamente soggetto alla condizione umana, alla sofferenza e alla morte. La memoria della nascita di Cristo avrebbe offerto, in questo contesto, l’occasione per riaffermare, nella liturgia, questa professione di fede: «Un solo Signore, Gesù Cristo, Figlio di Dio […] per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo, si è incarnato, si è fatto uomo, ha sofferto ed è risorto» (Dal Credo di Nicea).

Una questione strettamente correlata a questa si ripresenterà nel secolo successivo, quando, nella contrapposizione tra Nestorio (+451) – il quale affermava che in Cristo convivevano due distinte persone: l’uomo e il Dio – ed Eutiche (+454) – che al contrario sosteneva in Cristo la sussistenza della sola natura divina – i concili di Efeso (431) e Calcedonia (451) risposero definendo rispettivamente l’unicità della persona di Cristo (contro Nestorio) e la doppia natura di Cristo (contro Eutiche). Non stupisce come tutto questo trovi una certa corrispondenza in relazione allo sviluppo della festa avvenuto tra il IV e il V secolo. Ed è significativo che proprio nel V secolo si collochi l’opera liturgica di San Leone Magno (+461), autore che, in riferimento al Natale, ci ha lasciato preghiere preziose, molte delle quali fanno tuttora parte del nostro messale.

Un secondo livello guarda alla tradizione biblica e alle convinzioni dei credenti. Secondo un’interpretazione allegorica, legata al racconto della Genesi, il primo giorno della creazione sarebbe stato riconducibile al 25 di marzo, equinozio di primavera. Intorno al III secolo, poi, era opinione piuttosto diffusa che Cristo, proprio in questo giorno, avesse subito il supplizio della croce e fosse morto; ed era convinzione altrettanto viva che Gesù fosse vissuto sulla terra un numero esatto di anni, così da far coincidere il giorno del concepimento con il giorno della morte. In questo modo nel medesimo giorno troviamo insieme tre momenti ben precisi: la creazione del mondo, il concepimento e la passione di Gesù. La memoria del concepimento si fissò nella festa dell’Annunciazione del Signore proprio il 25 di marzo e la nascita venne posticipata di nove mesi precisi: al 25 di dicembre.

C’è infine un terzo livello. La Chiesa di Roma avrebbe contrapposto alla festa pagana del “Sole invitto”, voluta dall’imperatore Aureliano nel 274 e collocata nel solstizio d’inverno (25 dicembre), il Natale di Cristo, vero sole che non può essere vinto, sole di giustizia, come dice la profezia di Malachia: «Per voi invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla» (Ml 3,20). Parole che riecheggiano anche sulla bocca di Zaccaria: «Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1, 78-79).

Al di là di questi diversi approcci con i quali abbiamo affrontato il problema, non possiamo definire in maniera precisa il motivo per cui il Natale si celebri il 25 dicembre, ma ci sembra importante notare la convergenza di queste argomentazioni sull’orizzonte cosmico-astronomico: l’infinito e onnipotente Dio entra nel tempo, nella storia; ripartendo da Lui il cosmo intero è ricondotto verso il proprio compimento e ritrova senso; da qui impariamo che la creazione inserita in Cristo riceve  una perfezione più grande e, nonostante sconvolgimenti e tragedie, diventa nuovamente buona, «perfino la creazione dà ragione al nostro discorso, il cosmo è testimone delle nostre parole. Fino a questo giorno crescono i giorni bui, da questo giorno in avanti il buio regredisce [...] Cresce la luce, arretra la notte» (San Girolamo +420 ca.Predica sul Natale del Signore).

Ed è proprio intorno al tema della luce, la quale vince le tenebre, che si svilupperà la liturgia del Natale:«Già il tuo presepe rifulge e la notte spira una luce nuova; nessuna tenebra più la contamini e la rischiari perenne la fede», si conclude in questa maniera l’inno per il Natale del Signore scritto da Sant’Ambrogio.

Ad avvalorare ulteriormente il tema di Cristo Luce vera che viene nel mondo, possiamo porre attenzione a una tradizione marginale, ma in questo senso significativa, che vedeva nel 28 di marzo il giorno della nascita di Cristo: si è detto che il 25 di marzo era ritenuto il primo giorno della creazione; secondo il racconto della Genesi il sole venne creato il quarto giorno, cioè il 28 di marzo.

È altrettanto interessante notare come in questo iter s’inserisca armoniosamente la festa della Natività di San Giovanni Battista: ad eccezione della Beata Vergine Maria, San Giovanni è l’unico di cui si celebra la nascita collocandola al 24 di giugno, ovvero sei mesi prima di Natale. Questa collocazione corrisponde a quanto ci racconta il Vangelo di Luca che riporta le parole dell’Angelo a Maria: «Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile» (Lc 1,36). Ancora più significativo, però, è il fatto che proprio il 24 di giugno cade il solstizio d’estate: le giornate iniziano a farsi più corte, quasi a riecheggiare le parole che il Battista dice in riferimento a Cristo e che ci sono riportate da Giovanni «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv3,30).

Abbiamo compreso che la festa del Natale è un celebrare la nuova creazione «Giorno luminoso della nuova redenzione, giorno dell’attesa antica, giorno della felicità eterna» come dice San Leone Magno e che questo avviene perché Dio si fa veramente uomo e si carica il peso del peccato e della morte distruggendolo sulla croce. Così il Natale non può che essere letto in relazione alla Pasqua dalla quale scaturisce come festa cronologicamente collocata, ma la Pasqua è manifestata già dal Natale, in quel Bambino sottoposto alla sofferenza e alla morte. Per l’intera tradizione patristica, infatti, c’è un solosacramentum salutis (mistero di salvezza) celebrato nel corso dell’anno nei suoi diversi aspetti.

Questo mistero di salvezza è Cristo, celebrato nel Natale bambino che nasce. Ecco cosa dice la colletta della notte di Natale: «O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo»; oppure quella della messa del mattino: «Signore, Dio onnipotente, che ci avvolgi della nuova luce del tuo Verbo fatto uomo, fa’ che risplenda nelle nostre opere il mistero della fede che rifulge nel nostro Spirito». Si fa memoria del mistero del presepe, dove Cristo luce del mondo si cala nelle tenebre che non lo accolgono, ma che rimangono disarmate e vinte; e allo stesso tempo vediamo attuarsi il mirabile mistero dell’uomo che recupera la sua immagine in Cristo: «Nel mistero adorabile del Natale, egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra carne, per assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta» (Prefazio II di Natale) e ancora: «In lui oggi risplende in piena luce il misterioso scambio che ci ha redenti: la nostra debolezza è assunta dal Verbo, l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne e noi, uniti a te in comunione mirabile, condividiamo la tua vita immortale» (prefazio III di Natale).

Di fronte a questo grande mistero non possiamo che fare nostre le parole che Sant’Agostino ci ha lasciato nel sermone 196: «Dove ti trovi invece per causa mia? In un piccolo alloggio, avvolto in panni, adagiato in una mangiatoia. E per chi tutto questo? Colui che regola il corso delle stelle succhia da un seno di donna: nutre gli angeli, parla nel seno del Padre, tace nel grembo della madre. Ma parlerà quando sarà arrivato in età conveniente, ci annunzierà con pienezza la buona novella. Per noi soffrirà, per noi morirà, risorgerà mostrandoci un saggio del premio che ci aspetta, salirà in cielo alla presenza dei discepoli, ritornerà dal cielo per il giudizio. Colui che era adagiato nella mangiatoia è divenuto debole ma non ha perduto la sua potenza: assunse ciò che non era ma rimase ciò che era. Ecco, abbiamo davanti il Cristo bambino: cresciamo insieme con lui».

don Francesco Zucchelli – Diocesi San Miniato

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