Il posto della “vocazione” nell’impegno educativo

dic 4th, 2011 | By | Category: La Voce del Seminario

Proponiamo ai lettori una sintesi della conferenza tenuta da don Nico dal Molin, Direttore del Centro Nazionale Vocazioni della Conferenza Episcopale Italiana, presso il Seminario Regionale di Siena su iniziativa del Distretto 171 e del suo Governatore Giuliano Faralli.

Credo che gli Orientamenti Pastorali per il prossimo decennio, che i Vescovi hanno consegnato alla Chiesa italiana, possano costituire una ottima rampa di lancio, una specie dì mitica e inossidabile Cape Canaveral da cui lanciare in orbita la navetta spaziale “vocazionale”, con le sue progettualità, le sue aspettative, le sue idealità, unite alla concretezza di tante esperienze significative e creative presenti in varie comunità cristiane.

1) Non siamo consegnati al nihilismo e al fatalismo

Nell’interessante saggio “L’ospite inquietante” il filosofo Umberto Galimberti, tocca un nervo scoperto della nostra realtà sociale e culturale, che in questi giorni diventa sempre più evidente: i giovani sono un problema? Probabilmente sì, dato che c’è un malessere, un disagio, una frustrazione che sono percepibili anche da chi non è né psicologo né sociologo, ma solo attento a ciò che lo circonda.

Questo star male può facilmente diventare nihilismo e l’ospite inquietante, penetrando nelle coscienze, finisce con l’annullare ogni spinta positiva, ogni tensione verso l’affermazione di sé, generando piuttosto confusione e pensieri di inquietudine e di negatività.

Come dice Galimberti: “Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa”.

Sono sempre più diffuse violenze, malattie, intolleranze; l’egoismo è radicato nei cuori e nella vita delle persone e la guerra trionfa in tanti paesi del mondo. E’ inevitabile, quindi, che il futuro non sia più guardato come “promessa” ma come “minaccia” e che la delusione dell’impotenza delle tecnologie e della modernità di poter cambiare la realtà, generi frustrazione e tristezza, così da arrivare a scatenare forme incomprensibili per gli adulti di violenza e di solitudine.

Certa aridità nei giovani nasce dal loro giudicare i sentimenti come debolezza (mentre sono una forza fondamentale nell’equilibrio di un individuo), dominati come sono dal mito dell’apparire, come unica forma di contare qualcosa in questa società.

C’è stata una “generazione X”, dove X è l’incognita della propria identità: è quella degli indifferenti, della non-partecipazione, del consumo acritico, “dell’abbastanza”.

C’è poi la “generazione Q”, evidenziata dal sociologo tedesco Falko Blask, che viene identificata nel basso quoziente intellettivo ed emotivo; essa é dominata da una indifferenza egocentrica e da un “sono fatto così” che, in maniera rassegnata e fatalistica, assolve ogni comportamento.

E’ la generazione del “Qaos”!

Uno scrittore assai rappresentativo di questa realtà è il romanziere austriaco Bernard Thomas: per lui l’uomo é freddo, gelo e nebbia… Siamo tutti come animali assiderati, intrappolati dal gelo, che é onnipresente; nessuna verità esiste.

2 La vocazione come dialettica di dono e libertà

Così si esprime il Concilio Vaticano II: ‘”La voce del Signore che chiama, non va affatto attesa come se dovesse giungere al nostro orecchio in qualche modo straordinario. Essa va piuttosto riconosciuta ed esaminata attraverso quei segni di cui si serve ogni giorno il Signore per far capire la sua volontà” (Presbyterorum Ordini s, 11).

In questa formulazione del Concilio sono essenziali due dimensioni:

- il Signore chiama, ma in maniera del tutto ordinaria;

- i segni vocazionali sono nell’ambito della vita di tutti i giorni, di ciò che ciascuno e nella sua storia e personalità, di ciò che ognuno fa o desidera compiere come scelta di vita.

Una vocazione di vita si legge all’interno di tre elementi che interagiscono tra di loro: Dio, l’uomo e la sua storia.

a) Dio, innanzitutto. Si, perché l’iniziativa di amore e sempre sua. Qui emerge un elemento di contatto e di continuità con la tradizione precedente sul concetto di Vocazione. C’e una presa di iniziativa divina che precede e fonda ogni possibile risposta umana: questo è un dato irrinunciabile del Vangelo della Vocazione.

Ciò esclude ogni pretesa di autochiamarsi e dì autoinvitarsi: nessuno può imporre una vocazione. E’ un dono, non e un diritto di .nessuno, non è un semplice progetto personale.

Dio ci crea e ci ricrea continuamente, ci plasma e ci ri-plasma, come il “vasaio” di Geremia 18.

Come delineare i tratti di questo dialogo e di questa relazione?

• E’ un dialogo incondizionato: ci chiama per puro amore e non in base alle nostre personali qualità.

• E’ un dialogo irrevocabile: noi potremmo anche tirarci indietro da questo rapporto, ma Dio non si ritira, si lega a noi con una fedeltà indissolubile. In questo senso la vocazione non sì perde mai,,. perché l’alleanza amorosa stabilita da Dio rimane per sempre.

• E’ una missione, un compito, un invio. La vocazione ha le sue radici nella missione; non è per se. stessi, ma per gli altri; è per qualcuno da amare, da abbracciare, da aiutare, da servire; e per il Regno di Dio, che è Amore da annunciare.

b) L’altro elemento complementare all’iniziativa di Dio è la libertà della persona umana.

Non vi possono essere vocazioni, se non libere”, diceva con forza Papa Paolo VI. Una vocazione non può nascere dal fatalismo, dalla predestinazione, dal senso della prigionia, dalla paura di tradire, dal senso di colpa di venire meno e qualcuno.

Se l’offerta non è libera e spontanea, scevra da quegli elementi che la rendono “costretta dentro”, non può essere generosa e totale; è sempre condizionata, impaurita, sottoposta alla paura di un giudizio negativo di Dio su di noi.

c) Dio parla ad un uomo libero, situato nel contesto di una storia.

Una vocazione esiste solo quando c’è una libertà storica che la accoglie.

La vocazione è una chiamata che prende forma dentro alla mia storia, nella scoperta dei limiti e delle potenzialità, nella lettura dei sentimenti, dei desideri e delle paure che ciascuno porta con sé, nei sogni e nelle delusioni, nelle aspettative e nelle nostalgie, nei distacchi e negli incontri della vita.

3 La vocazione: come educare alle scelte di vita.

Come aiutare i giovani a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita e a compiere scelte autentiche?

a) Il passaggio dall’amnesia alla memoria

«Come è possibile cominciare da se stessi e nello stesso tempo dimenticarsi?». Per sfuggire a questa trappola c`è una via di uscita; è necessario chiedersi: «A che scopo sto facendo questo?». La risposta corretta potrebbe essere: «Non per me!». Vale a dire che comincio da me stesso ma non finisco su me stesso; mi prendo come punto di partenza ma non come meta di arrivo; mi conosco, ma non mi preoccupo eccessivamente di me stesso.

Tutto questo è ben descritto da una stupenda massima ricordata sempre da Martin Buber: «Nel tempo che passo a rivangare in me stesso, posso infilare perle per la gioia del Cielo»

Uno dei drammi dei nostro tempo è il vuoto disorientante del non sapere più chi sono Io.

b) Il passaggio dal “faccio io” al lasciarmi fare da LUI

E’ importante. ricordare che la nostra legittima ricerca di autonomia non è autosufficienza né autoreferenzialità, come oggi troppo facilmente viene proposto.

Corriamo tutti il rischio di cadere nella trappola dei “self made men/women”: uomini e donne in carriera.

Spesso dimentichiamo che c’è una particolare forma di depressione, che coglie questo tipo di persone: si chiama “depressione da … successo”.

c) Il passaggio dall’auto-svalutazione all’amabilità di se stessi

Lo aveva già ben sottolineato lo psicanalista Erik Erikson: ai nostri giorni potrebbe essere davvero forte, se non fatale, il peso della sfiducia che tende ad asciugare, come una idrovora, energie vitali nei cuori. Si allarga a macchia d’olio una cultura della vergogna, in cui se non si è omologati agli altri, si viene inesorabilmente scomunicati dalla grande massa. Ad essa si aggiunge una dilagante cultura della negatività, intesa come indifferenza, sospetto, diffidenza, cinico rifiuto di ciò che l’altro ha di bene da propormi.

Molti giovani, vivono sotto la cappa di piombo di uno scetticismo fatalistico e rassegnato, dove la frase forse più ricorrente è: `Non servo a nulla.., tanto, non cambia niente nella mia vita, perché io sono fatto così”.

La conseguenza è la caduta dell’utopia e del desiderio, il venire meno della forza calamitante degli ideali, come superamento della dilagante legge della mediocrità.

L’invito che possiamo riproporre ai nostri giovani, è: “Torniamo a volare alto… Alzatevi e andiamo!”

4) Trova la tua Beatitudine e scopri la tua vocazione

Le Beatitudini proposte come via per seguire il Signore, come discepoli veri e disposti a tutto, non si esauriscono nella proposta, seppur stupenda, del discorso della Montagna. Ogni evangelista ha le sue peculiari Beatitudini e ciò lascia intuire una splendida regola di vita spirituale e umana: ognuno di noi è chiamato, nella vita, a cercare e a trovare la sua particolare Beatitudine.

A partire da questa constatazione, possiamo affermare che cercare e scoprire la propria Beatitudine, significa trovare la via originale e particolare della propria Vocazione e felicità del cuore.

Beati coloro che fanno della  vita un canto di festa

Sempre più ci sono persone disorientate nella loro scelta di vita, esse non sanno più a che serve la loro esistenza e dove sia l’essenziale della loro vocazione. La vita non e più un canto di festa., ma un continuo gemito di lamento e dì dolore.

Tutti insieme possiamo metterci in ascolto di Gesù, il Maestro, per imparare da Lui cosa significhi avere un cuore povero, riconciliato, purificato e semplificato. Questo ci permetterà di vivere, insieme, il canto della gioia e della festa.

Non stiamo cercando superuomini o superdonne. Cerchiamo persone capaci di esprimere la loro profonda umanità.

Questo Sì, a causa di Cristo, mette nella impossibilità dì fuggire da se stessi, di evadere le solidarietà essenziali e profonde delle relazioni con gli altri.

É un Sì che scuote, che mai è comodo. E un Sì che tiene svegli, vigilanti, con gli occhi aperti come la sentinella nella notte.

E’ un Si alla Vita è che come per Geremia, è fuoco divorante, sfida all’ultimo respiro.

E’ un si che “sporca le mani”, come dice il Talmud a proposito dell’Amore cantato nel Cantico dei Cantici; ti immerge nel cuore delle cose e del mondo, nella sofferenza e nella speranza più viva dell’uomo.

Non temere: lascia fiorire il tuo “SI !”

Don Nico Dal Molin

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