Mario Sturzo: uomo dell’antifascismo e Vescovo fedele alla Santa Sede

nov 18th, 2011 | By | Category: Apertura

Scrivere, sintetizzando, delle numerose attività culturali e pastorali di un prelato vissuto nel primo quarantennio del secolo scorso, non è compito facile, dopo aver conosciuto le diverse opere che testimoniano la valenza di una personalità così ricca di doti umane.

Piccolo di statura ed asciutto nella struttura fisica, dedicò la sua vita alla società per contribuire a farla crescere con ideali del tutto in contrapposizione al fascismo ed alla monarchia che non pensavamo, nella giusta misura, alla povera gente, tanto bisognosa di credere socialmente, culturalmente ed economicamente.

Mons. Mario Sturzo, dei baroni Altobrando, era nato a Caltagirone  il 10 novembre 1861 e sin da piccolo si dedicò allo studio prima nella città natale poi a Catania e a Roma, dove conseguì la laurea in giurisprudenza, continuando la sua attività speculativa a Piazza Armerina dove portò a compimento le sue più profonde opere che oggi sono il vanto delle più prestigiose biblioteche italiane sia pubbliche che private.

Fu ordinato sacerdote il 21 settembre 1889 e fu l’ultimo dei Vescovi creati dal grande papa Leone XIII il 22 giugno 1903. Destinato alla diocesi di Piazza Armerina vi rimase sino all’ultimo giorno della sua vita, conclusasi il 12 novembre 1941.

Era stato uno dei sacerdoti più rappresentativi del movimento cattolico di quei tempi alquanto travagliati dai problemi sociali e culturali e aveva esplicato la sua attività anche nel giornale “La Croce di Costantino” edito a Caltagirone con scritti impegnati che prendevano in attenta considerazione tutte le correnti dell’epoca.

Se nella diocesi di Caltagirone fu Vicario generale e Rettore del Seminario in quella di Piazza Armerina si occupò, prima di ogni altra attività, del Seminario che guidò amorevolmente lasciandolo perfino erede di tutti i suoi beni mobili ed immobili.

Oggi si può affermare che Mario Sturzo fu precursore di ideologie e prassi innovative senza sfiorare le “ribellioni” del Vescovo francese Marcel Lefebre che si rifiutava di accettare le “novità” del Concilio Vaticano II continuando a celebrare la Santa Messa in latino secondo le direttive sancite quattro secoli fa dal papa Pio V nel Concilio di Trento. Per Lefebre fu guerra aperta e nonostante la sospensione a divinis comminata da Papa Paolo VI il 22 luglio 1976, il Vescovo francese sfidò la Santa Sede, mentre Mario Sturzo obbedì al clamoroso e scandaloso monito del 1931 con il quale gli fu vietato di insegnare nel Seminario vescovile. Il monito fu riportato da tutti i giornali italiani e da diverse testate estere. Infatti, considerando le attuali ideologie della Chiesa, i fatti di Lefebre si contrapposero a quelli verificatesi nel 1931 quando Mario Sturzo, Vescovo di Piazza Armerina, propugnava, fra l’altro, con moderna apertura e libertà di pensiero, le celebrazioni liturgiche in lingua italiana, divenendo così il precursore delle attuali direttive cattoliche.

Negli anni trenta del secolo scorso questo grande Vescovo non fu capito, tanto che fu accusato di crocianesimo e variamente giudicato per l’increscioso avvenimento del 1931, commentato dai giornali ora come un umile gesto di obbedienza e prudenza dai clericali, ora come un cedimento pusillanime a un attentato alla libertà di pensiero dagli anticlericali.

Mario Sturzo, fratello più anziano di dieci anni di Luigi, fondatore del Partito Popolare, sottoscrivendo con spirito di umiltà e senso di disciplina la sua “ritrattazione” manifestò, invece, un animo forte, capace di rinunciare quasi eroicamente alla sua prediletta attività di studioso di filosofia per dedicarsi unicamente all’azione pastorale.

L’opera di Mario Sturzo fu molto silenziosa, raccolta e rivolta agli studi letterari e filosofici, al governo della diocesi ed all’esercizio delle virtù cristiane.

Vissuto, inoltre, durante il periodo fascista, questo Vescovo ebbe molto coraggio nel “ricostruire” la Chiesa di Piazza Armerina giacchè riuscì a “espellere” in massa i seminaristi per riedificare dalle fondamenta il Seminario, cui dedicò le sue cure più attente ed assidue. Amò tanto le persone umili e bisognose, la Chiesa e la sua diocesi lasciando dei segni tangibili di generosità ed esempi ricchi di virtù inestimabili culminanti nell’affermazione che si può considerare guida del suo apostolato: “Voi ci appartenete già in modo così intimo, che dobbiamo, al cospetto di Dio, rispondere all’eterna salvezza di ciascuno di voi”. Frase che ripeteva spesso a tutte le persone credenti e non credenti. Oggi, purtroppo, né la storia né gli studiosi apprezzano nella giusta dimensione questa umile persona che fu molto vicina a Benedetto Croce, allora senatore e Ministro dell’istruzione.

Si può ribadire che Mario Sturzo non fu il testardo mons. Marcel Lefebre perché. nel momento in cui la Santa Sede scrisse la lettera “riservata” invitandolo a non insegnare nel Seminario a causa della presunta violazione dei principi tradizionali della Chiesa, con molta chiarezza e trasparenza  riunì seminaristi e preti dichiarando a tutti di abbandonare l’insegnamento e lo studio della filosofia ubbidendo ed invitando ad ubbidire tutti alle direttive vaticane. Lo storico Gabriele De Rosa non ha esitato ad affermare che “la sapienza di Luigi Sturzo passa attraverso la mano del fratello Mario”; Luigi, il fondatore riconosciuto del Partito popolare difatti non intraprendeva alcuna iniziativa senza avere prima consultato il suo amato fratello Mario, come si evince dai quattro volumi del “Carteggio” edito dall’Istituto Luigi Sturzo di Roma.

Nel 1928 Mario Sturzo, uomo antifascista, scrisse il libro “il neosintetismo” che era un contributo alla soluzione del problema della conoscenza dell’uomo, mentre il fratello Luigi si occupò del “sintetismo”.

Tra i due ci fu un’intesa perfetta, vivificata da una reciproca stima e da un sincero affetto, rilevabile da un intenso rapporto epistolare dove emerge la consapevolezza della difficile lotta che entrambi conducevano per dare all’uomo la spinta verso l’evoluzione sociale.

Il Vescovo Sturzo fu vivida mente per la sua filosofia, non condivisa negli anni trenta dalla Santa Sede, e fu punto di riferimento per il suo carisma manifestato nei confronti di qualsiasi persona dell’epoca grazie al suo sano realismo. Non raggiunse la grandezza del fratello Luigi per la sua “ritirata” che, in effetti, non attuò mai, poiché continuò la sua opera senza alcun cambiamento scrivendo con altre parole chiari esempi di vita e curando ancor di più il rapporto umano con i suoi fedeli e con numerose personalità politiche.

Tanti studiosi hanno scritto opere su Mario Sturzo, tra cui Felice Battaglia,  Gabriele De Rosa, Mons. Paolino Stella, Salvatore La Tora, Sebastiano Zavatteri e tanti studenti hanno svolto tesi di laurea sulla sua opera e figura stimolati da docenti universitari di tutta Italia.

Il nostro Vescovo fu uomo di grandi ideali e Antonio Brancaforte, docente di filosofia moderna e contemporanea all’Università di Catania, nel convegno organizzato a Piazza Armerina il 26 maggio 1988 su di lui tenne a ribadire quanto aveva scritto nel saggio pubblicato nell’Archivio Storico per la Sicilia orientale curato dalla Società di Storia Patria, affermando che Mario Sturzo rappresenta l’aspetto noumenico di Luigi Sturzo che invece incarna l’aspetto fenomenico.

Il Vescovo, difatti, non riuscì ad avere una vera prospettiva sociologica e per ciò il suo storicismo, come in parte quello di Benedetto Croce, rimase astratto. Leggere una lettera o qualche pagina di Mario Sturzo spinge chiunque a conoscere meglio colui che a proposito del monito del 1931, accettato per obbedienza con tanta dignità, ebbe a spiegare, sette anni dopo l’infelice evento, con le parole nobilissime e ferme delle pagine de “L’educazione nelle sue ragioni supreme” la sofferta e spesso incompresa sua “ritrattazione”, decisa con stoica consapevolezza e fiducioso abbandono ai disegni divini, più lungimiranti degli angusti orizzonti dell’uomo.

Mario Muscarà

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