“Una crisi che nasce da lontano”: riflessioni di un missionario dal Cairo

ott 12th, 2011 | By | Category: Eventi
Circa 500 copti hanno sfilato ieri sera per le vie del centro del Cairo protestando dopo l’incendio della chiesa di Aswan, nel sud dell’Egitto, chiedendo le dimissioni del governatore locale. Il governatore di Aswan, Mustafa al-Sayd, aveva affermato che la struttura era stata edificata senza i necessari permessi. Secondo i copti le parole del governatore avrebbero istigato alcuni estremisti musulmani della zona che per questo avrebbero dato fuoco al luogo di culto cristiano.

“Nelle aree rurali dell’Alto Egitto spesso prevale la legge del più forte ed anche la polizia assume una posizione di parte” commenta in un colloquio con l’Agenzia Fides p. Giovanni Esti, missionario comboniano che opera al Cairo. Il missionario colloca questo episodio “nel clima pre-elettorale (le elezioni politiche sono previste il 28 novembre), in quanto le città si rivestono di manifesti nei quali ci sono spesso richiami alla religione. Da parte dei gruppi fondamentalisti viene diffusa l’idea che l’islam è a rischio e che quindi votare per partiti musulmani significa difenderlo. E questo incoraggia gli episodi di fanatismo”.
“Il problema più avvertito è quello economico” prosegue p. Giovanni. “Il Paese da questo punto di vista appare bloccato. Finché non ci sarà un governo stabile, le imprese straniere non torneranno ad investire in Egitto, creando posti di lavoro. Se non si trova una soluzione si rischiano forme di proteste che possono essere cavalcate da diversi gruppi, anche fondamentalisti, ma alla cui base rimane la disperazione della gente e non l’aspetto religioso”.
Secondo l’Unione Egiziana dei Diritti dell’Uomo (UEDH), un’Ong copta, circa 100.000 egiziani di religione copta sono fuggiti dal Paese dal marzo 2011 a causa delle persecuzioni religiose. “Non ho elementi per affermare se questi dati siano reali o meno” dice p. Giovanni. “Senz’altro questo è l’argomento al centro del dibattito nelle comunità copte. I copti con i quali siamo in contatto affermano che nelle loro comunità tutti cercano di scappare all’estero o di ottenere una doppia cittadinanza. È vero che esistono episodi di intolleranza. Ad esempio una ragazza cristiana che cammina a volto scoperto in una strada di un quartiere popolare spesso viene fatta oggetto di insulti da parte dei passanti”.
“D’altra parte – prosegue il missionario – occorre dire che il mondo cristiano egiziano è ipersensibile riguardo a episodi di persecuzione, a volte tende anche ad esagerare. Certo esistono forme di discriminazione, legate più ad aspetti sociali che non propriamente religiosi, ma mi sembra che in alcune occasioni si esageri la portata dei fatti. È pure vero che per alcuni cristiani dichiararsi perseguitato religioso può essere visto come un’opportunità per ottenere un visto di entrata in un Paese occidentale”.
P. Giovanni riconosce comunque che “gli episodi di discriminazione, a differenza del recente passato, ora sono riportati dai mezzi di comunicazione”, e conclude: “Non saprei dire se questi atti siano più frequenti rispetto a prima. Una volta potevano accadere, ma non venivano pubblicati dalla grande stampa, rimanendo episodi noti solo a livello locale. Ora c’è maggiore attenzione ed anche episodi come quello della chiesa di Aswan, che non ha provocato vittime, vengono portati all’attenzione dell’opinione pubblica, e questo è certamente un bene”.

“Negli anni di Mubarak si è approfondito il divario e l’odio tra le varie fazioni” dice all’Agenzia Fides p.Luciano Verdoscia, missionario comboniano che da molti anni vive ed opera al Cairo, in cui si vive una calma tesa dopo la violenta repressione della manifestazione dei copti, che ha provocato decine di morti e centinaia di feriti. I copti protestavano contro la demolizione, a fine settembre, di una chiesa nella provincia di Aswan, nell’Alto Egitto.
Secondo p. Verdoscia per capire le ragioni profonde della discriminazione dei cristiani e del diffondersi di gruppi fondamentalisti bisogna guardare alla storia dell’Egitto degli ultimi 30 anni. “Non lo dico io, ma sono analisi che ho ascoltato da diversi commentatori locali” sottolinea il missionario, che spiega: “prima di Sadat non è che ci fossero le profonde divisioni che troviamo ora. A cominciare dalla presidenza di Sadat nei primi anni ’70 si sono prodotte le divisioni settarie. Questa tendenza si è approfondita sotto Mubarak anche per l’influenza dei wahabiti provenienti dall’Arabia Saudita. Il governo dell’epoca ha giocato con questi gruppi, a volte reprimendoli, altre volte lasciandoli liberi di agire, soprattutto a livello sociale”.
“La situazione è quindi complessa” prosegue p Verdoscia. “Non si può dare un’unica chiave di lettura. L’islam, che per molti aspetti è già una religione ideologica, viene ideologizzato più del dovuto, in un contesto sociale nel quale una gran parte della popolazione vive nell’ignoranza ed ha come unico riferimento identitario la religione. A tutto questo si aggiungono le strumentalizzazioni politiche, soprattutto in vista delle prossime elezioni”.
Attualmente l’Egitto è governato da un Alto Consiglio militare al quale i copti imputano di non saperli proteggere, anzi di aver scatenato la repressione nei loro confronti. “Occorre ricordare che ai cristiani non è stata data la possibilità di accedere alle alte cariche militari, a parte rarissimi casi nelle alte sfere della polizia” sottolinea p. Verdoscia.
Il missionario richiama inoltre le responsabilità dell’occidente. “L’occidente ha ben chiaro il principio del rispetto delle minoranze, ma rimango stupito che nessuno intervenga quando vi sono predicatori islamici che diffondono proclami che istigano alla violenza e che sono contro la libertà di coscienza. Questo naturalmente vale anche nel caso contrario, di chi, proclamandosi cristiano, alimenta l’odio contro i musulmani”.
“Purtroppo temo che i governi occidentali siano interessati a preservare i loro interessi economici a scapito dei diritti delle persone. Quindi non hanno la forza etica di denunciare le discriminazione nei confronti delle minoranze dei Paesi medio-orientali” conclude p. Verdoscia. (L.M.) (Agenzia Fides)

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