Desiderio infinito, infinità di desideri

ott 12th, 2011 | By | Category: Cultura

di Antonio Bellingreri

Noi sentiamo sempre, in ogni momento della nostra vita, di dover ricercare la felicità piena, di esser fatti per essa, ma non sappiamo quale sia e donde possa venirci. Il desiderare e la ricerca sono originati dalla coscienza, più o meno avvertita, di una mancanza originaria e di un vuoto da colmare. Se, come la parola stessa de-siderium suggerisce, veniamo «dalle stelle», ad esse sembra sia costantemente rivolto il nostro cuore. Non c’è però un momento della vita in cui avvertiamo di aver saziato questa fame e di essere veramente tutto quello che siamo, possiamo o vogliamo o dobbiamo essere.

L’esperienza d’altronde è sempre lì a mostrarci che le cose, gli enti della natura e gli oggetti prodotti dalle nostre mani, non riescono a soddisfarci mai pienamente: la misura del desiderio, la sua intenzione costitutiva, li cerca e insieme li oltrepassa sempre, ci spinge pertanto a cercare senza quiete nuovi oggetti da offrire alla nostra brama.

È il dramma dell’inquietudine del Don Giovanni di W. A. Mozart. Egli pensa allora di colmare la sua sete di pienezza, facendo un pieno di donne, per così dire: cercando un infinito in senso quantitativo, egli sceglie ogni notte una giovane amante. Poiché però vuole l’infinito, i limiti del finito lo impacciano e, per non lasciarsi imbrigliare, è costretto prima che spunti il mattino a disertare gli improvvisati giacigli amorosi. Il dramma finisce per mutarsi in tragedia quando egli: scopre che non ci sarà per lui un futuro che vedrà saziata la sua fame. La tragedia del desiderio di Don Giovanni può essere chiamata la disperazione dell’infinito.

Si potrebbe percorrere una via diversa: se il desiderio desidera l’infinito, perché non puntare im-mediatamente – senza mediazioni – all’infinito? Dovrà accadere allora al nostro desiderio, quello che capita ad un altro celebre personaggio, lo Jacopo Ortis di U. Foscolo. Egli vive un momento del tempo, l’incontro con una «divina fanciulla», capace però di fargli sperimentare una sorta di congedo dal tempo e dai lacci della finitezza: in un’ora quasi magica, un’intensa pausa d’amore regala ai due amanti appassionati un brivido d’eterno: «rende eterno il sogno dell’istante». Se il desiderio sembra solo allora e solo in quel modo soddisfatto, può poi il cuore sopportare di accomiatarsi da quello che gli appare l’unica sosta veramente desiderabile, l’approdo nell’infinito e nell’eterno, facendo inopinatamente ritorno nel tempo e nelle sue estasi finite? Anche qui il dramma si trasforma in tragedia: anche Jacopo riesce a vedere di essersi illuso; giudica comunque che sia preferibile scegliere di morire, prendendo volontario e definitivo congedo dal finito e dai limiti che impone al desiderare. Possiamo qui parlare di disperazione del finito.

Forse la misura umana, reale e ragionevole, è un’altra. Va cercata in un nesso, nascosto a tutta prima ma insieme evidente, tra ogni realtà determinata e una pienezza di senso che ci costringe ad andare oltre quello che appare immediatamente. Le realtà del cosmo infatti si tengono tutte insieme; e noi possiamo avere un certo presentimento dell’Infinito (o della Totalità o dell’Essere), se intuiamo almeno in qualche modo l’unità organica di tutta la realtà. Si tratta, rispetto alla nostra esperienza immediata che fissa ciò che si presenta davanti ai nostri occhi e che è la superficie del mondo, della profondità: questa non è immediatamente visibile, ma custodisce l’essenziale, rispetto all’esperienza e rispetto alla realtà; è pertanto la profondità della superficie.

È vero: noi siamo veramente paghi se sostiamo al cospetto dell’Infinitolo gran mar de l’essere, come lo definisce Dante. Ma per non naufragare amaramente, è necessario seguire le tracce o i frammenti che di esso ci forniscono le cose finite: percorrere le rotte delle realtà nella nostra esperienza, le cose e le circostanze della nostra vita ordinaria, per cogliere e tener ferma la parte che ciascuna di esse ha con il Tutto.

Il poeta e il filosofo sono definiti dalla ricerca di questo nesso, che giustamente è chiamata ricerca della verità delle cose.- Ma anche l’uomo religioso e l’uomo saggio sanno per esperienza e per scienza che oltre la buccia del mondo, è necessario tendere al nocciolo: la superficie del mondo è la superficie della profondità.

Il desiderio dell’uomo al cospetto della verità desidera l’infinito, egli però vede ed intende immediatamente solo le cose, concreti e diretti oggetti della sua  tensione. Il compito allora è di scegliere innanzitutto quelle cose o quegli oggetti che presentano un nesso, da noi avvertito e affermato, con l’infinito: sceglierlo in ragione del nesso che aprono e permettono di intendere con l’infinito.

Se noi non percepiamo questo nesso e ci fermiamo alla buccia del mondo, alla superficie, senza intendere nulla della profondità, restiamo incatenati alla dimensione dell’avere: siamo costretti a possedere le cose, in ragione del fatto che, reciso il nesso con la Totalità, il senso delle cose è conferito da noi ad esse. Ma nella luce di senso più ampio, delle cose nel rapporto organico con il Senso, il desiderio è liberato da queste catene: esso desidera le cose, gli oggetti e gli enti determinati, ma in ragione del loro nesso con l’Infinito, pertanto non per se stesse, ma nella dimensione dell’essere.

Chi sceglie la ricerca sincera, onesta e orante della verità, sceglie di vivere i suoi desideri nella dimensione dello spirito. Egli, così, in qualche modo desidera Dio, «anche se non lo sa o non vuole ammetterlo», secondo la parola di Edith Stein. Dio gli è prossimo e, se vuole, può mostrarsi, mutando di segno ogni realtà nella vita. Rivelandogli che il piccolo cuore umano desidera d’essere desiderato: desidera potersi vedere nello Sguardo infinitamente amoroso che lo vede.

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