Incontrare Gesù “a casa sua”

ott 9th, 2011 | By | Category: Il Serra nel Mondo

Riportiamo un commento al  pellegrinaggio a piedi a Gerusalemme da Calci (PI) fino a Bari e quindi in Terra Santa, che il serrano Mario Messerini ha recentemente portato a termine (vedi servizi precedenti)

Se uno mi chiedesse: perché sei andato a piedi a Gerusalemme, cosa potrei rispondere?

Dopo essere stato due volte a Santiago de Compostela sulla tomba dell’apostolo Giacomo, una per ringraziare il Signore di tutto quello che mi ha dato nella vita (compreso la forza per superare la morte di mio figlio Stefano) e l’altra per pregare per la mia famiglia, ho pensato che sarebbe stato esaltante andare a Gerusalemme, passando per Roma sulla tomba di Pietro, per incontrare Gesù là, nei luoghi dove è nato, vissuto, morto e risorto.

E’ vero che non tutti quelli che vanno a Santiago o a Roma o a Gerusalemme ci vanno per motivi religiosi ma è vero anche che non si fa un cammino lungo, faticoso se non c’è un motivo spirituale, una ricerca interiore, un desiderio di interrogarsi, di meditare, perché il camminare facilita, stimola la meditazione e la preghiera.

E allora, camminando nei territori chissà quante volte calpestati da Gesù nei suoi innumerevoli “su e giù” per la Terra Santa, viene spontaneo pensare a Lui, pensare a quello che nei vari luoghi ha predicato.

Così sulla via di Nazareth pensavo a Gesù uomo, falegname, che aiutava suo padre nella bottega, che consegnava il lavoro ai clienti, che andava a riscuotere il conto, a sollecitare il pagamento;  mentre al Monte delle Beatitudini pensavo a Gesù Dio che dettava i caposaldi della nostra religione cristiana, che indicava a tutti la via dell’Amore, dell’Umiltà, della Misericordia. E così a Tabga, sul lago di Tiberiade, non può non venire in mente che lì ha fondato la Chiesa investendo della massima autorità un uomo, Pietro, che sapeva che l’avrebbe tradito ma anche che si sarebbe pentito amaramente e con sincerità nel proprio cuore. Pietro, come prima Abramo, confidava nella parola di Gesù senza porsi troppe domande o fare troppe inchieste: “sulla tua parola, getterò le reti” e il risultato è stata una pesca abbondante, da rompere le reti. “Sulla tua parola”: è un’espressione che spesso dimentichiamo perché ci lasciamo guidare solo dalle nostre sicurezze, dalla nostra sapienza e non sappiamo vedere, capire, riconoscere il diverso modo che Dio ci propone.

E quando si passa il Giordano (un fiume che somiglia più ad un fiumiciattolo che ad un vero fiume) viene in mente Giovanni Battista e il battesimo di Gesù. E vengono in mente le promesse battesimali: riesco a viverle nella mia vita di tutti i giorni? Sono fedele a tali promesse?

Così attraversando passo dopo passo il deserto per andare a Gerico non può non venire in mente che lì, proprio in quei luoghi Gesù ha digiunato per quaranta giorni e quaranta notti e che lì, proprio in quei luoghi è stato tentato da Satana al quale ha tenuto testa respingendolo. E allora mi interrogo: sono capace anch’io di fare altrettanto? Sono tanto forte da respingere le lusinghe del diavolo tentatore? E allora viene spontaneo pregare durante il cammino per rafforzare la propria fede, per chiedere l’aiuto di Dio nell’agire sempre secondo la Sua Parola. E allora ci si accorge che il deserto non è un luogo da evitare, ma diventa un luogo dove la meditazione si fa più intensa perché intorno c’è silenzio e l’animo è più libero da condizionamenti esterni.

E proprio la via di Gerico è quella percorsa dal buon samaritano. Quale lezione ci propone questa parabola. Quante volte facciamo finta di nulla incontrando un uomo che ha bisogno di aiuto. E allora ripenso a quelle volte, anche durante il nostro pellegrinaggio, che persone umili, persone dalle quali (secondo i benpensanti) è bene “guardarsi” sono state quelle che ci hanno teso la mano, che ci hanno aiutato, mentre quelle dalle quali ci si poteva aspettare un aiuto, ci hanno liquidato con un saluto frettoloso.

E alla fine del pellegrinaggio, arrivando a Gerusalemme non può venire in mente come Gesù sia stato prima osannato, accolto con grande tripudio di popolo e poi vilipeso, offeso, condannato a morte, lui innocente e senza colpa, e a morte di croce, la peggiore delle morti, quella più infamante e dolorosa.

Con questi sentimenti nel cuore l’arrivo a Gerusalemme è stato davvero emozionante: è stata una conquista sofferta (nemmeno troppo a dire il vero), una conquista meditata, una meta agognata e raggiunta. E tutte le difficoltà che abbiamo passato, i momenti di incertezza, il sole, il caldo, il dormire alla meglio svaniscono nell’aver raggiunto passo dopo passo la città santa: Gerusalemme. E’ una conquista interiore, una conquista che non da onori ma arricchisce l’animo e rafforza la fede.

E’ stato un vero Pellegrinaggio, con la P maiuscola. Ecco, fare tutto un percorso di avvicinamento (da Calci a Bari), di preparazione, di rafforzamento della volontà di raggiungere la meta per andare a Gerusalemme ad incontrare Gesù “a casa sua”, è fare un vero pellegrinaggio, un pellegrinaggio che lascia nell’animo una grande ricchezza di pensieri, di meditazioni, di spiritualità, di fede.

Certo, questi sentimenti possono essere provati anche da quelli che vanno “in pellegrinaggio” in Terra Santa con i bus con l’aria condizionata, ma credetemi vivere passo dopo passo quei luoghi, ascoltare quello che ti suggeriscono, capire le difficoltà che hanno provato anche Gesù e i suoi discepoli è tutta un’altra cosa. E allora si capisce in modo mirabile la preoccupazione di Gesù per la folla che lo seguiva e si capisce, si vive il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Quella preoccupazione che Gesù ha ancora verso di noi: basta saperla riconoscere, saperla sentire. Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci avviene anche oggi, ma noi, presi dalle nostre razionalità, dalle statistiche e dalle inchieste che caratterizzano il mondo di oggi, non sappiamo più vederlo nella nostra vita.

Mario Messerini

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