Dietro le sbarre: l’educazione

giu 11th, 2011 | By | Category: Cultura

Negli ultimi anni, il trattamento dei minori all’interno degli istituti di pena ha subito grandi variazioni e revisioni: i bisogni fondamentali del minore e la sua riabilitazione educativa sono al centro di questo processo, affinché oltre alla ‘punizione’ per il reato commesso, il giovane detenuto abbia gli strumenti per reinserirsi nella società, una volta scontata la pena. A questo proposito, importantissimo è il ruolo dell’educazione e dell’educatore. A differenza di un passato anche recente, in cui il carcere era il luogo in cui confluivano persone che si macchiavano di delitti vari e gravissimi, oggi, soprattutto il carcere minorile sta tentando di occuparsi di giovani in difficoltà, di giovani che, sopraffatti da situazioni sociali e personali di disagio, tendono la mano al crimine. Il lavoro più grande, quindi, si muove nel senso di dare forme diverse alla struttura carceraria, e a migliorarla offrendole una rinnovata umanità, fatta di attività sportive e ricreative, ma anche di possibilità di studio, lavoro artigianale, incontro con gruppi di volontariato che vengono dall’esterno. I giovani che scelgono di deviare verso la criminalità, lo fanno verso reati dalle forme più diverse: quelli contro il patrimonio, numerosi soprattutto al Nord, che si commettono in età più giovane rispetto ai reati contro la persona; appannaggio dei giovanissimi, specialmente al Sud, furti, aggressioni e rapine. La fascia di età più pericolosa è quella compresa tra i 20 e i 25 anni, nella quale il disagio sociale che porta al crimine, si sposa spessissimo con vari tipi di devianze e dipendenze: alcol, droga, teppismo, bullismo, prostituzione. Questi comportamenti, secondo alcuni studiosi, possono manifestare sia un momentaneo allontanamento dai valori sociali e civili comuni, oppure essere il trampolino di lancio verso una devianza patologica e soprattutto verso la delinquenza. Numerosi sono i fattori di rischio a causa dei quali un giovane adulto si può rifugiare nel crimine: possono essere di tipo culturale, psicologico o sociale. Si tratta dell’incontro con alcuni soggetti già deviati (come mostrano i numerosi episodi di bullismo o di azioni compiute da ‘bande’ e ‘branchi’), un disagio familiare o lavorativo, una difficoltà al rapportarsi con gli altri, una crisi adolescenziale profonda. La povertà materiale può essere causa di mancanze di tipo culturale che, soprattutto in giovane età, possono ripercuotersi sulla normale evoluzione del ragazzo; i fattori psicologici riguardano soprattutto la difficoltà di costruire la propria personalità e la propria sfera di valori. I fattori di rischio che maggiormente conducono i giovani alla delinquenza sono di carattere sociale e riguardano i rapporti con la famiglia, piuttosto che con la scuola o col ‘gruppo’. La disgregazione della famiglia, i numerosi divorzi e le separazioni, la perdita del compito educativo e protettivo della famiglia, la rendono, di contro, la base per l’emergere di atteggiamenti di carattere criminoso; un’emergenza che riguarda, ormai, non solo le fasce deboli o svantaggiate della popolazione, ma anche le famiglie benestanti. La scuola, istituzione in grave disagio nel nostro millennio, ha sicuramente grandi responsabilità nella difficoltà dei giovani di creare una propria salda personalità, così come il ‘gruppo’, che a differenza della scuola, è un insieme che il giovane può scegliere e che indica delle strade in aspetti particolari della vita dei giovani (come gli affetti, l’abbigliamento, talvolta le scelte politiche). Il gruppo può avere effetti positivi sulla crescita del giovane, se propone i valori della lealtà, della condivisione, della verità, dell’impegno sociale, ma spesso è la l’origine di atteggiamenti devianti e violenti.

La tendenza degli ultimi anni è quella di rendere il carcere luogo di un cammino, seppur in una condizione disagiata, di crescita, e ricco di iniziative che possano ridare forza alle personalità deviate e criminali. A questo proposito è fondamentale che tutte le figure che entrano in contatto coi minori detenuti abbiamo una forte carica educativa. Certamente la persona più vicina fisicamente al minore è l’agente di custodia, letteralmente colui che ha le chiavi della cella e col gesto di aprire e di chiudere, ogni giorno, da inizio e fine alle attività della giornata del detenuto. L’assistente sociale è un nodo importante tra il ragazzo e l’esterno, ciò che sta fuori dal carcere: dalla famiglia, alla società, alle opportunità di reinserimento e lavoro con cui il detenuto può mostrare di essere pronto a prendersi di nuovo le sue responsabilità di adulto. L’assistente sociale è la persona che segue e conosce, meglio di tutti, la personalità del detenuto e le sue evoluzioni dopo aver compiuto i reati, tanto da essere una pedina fondamentale nel processo. Una figura importante, ma non sempre presente negli istituti di pena è quella dello psicologo, il cui ruolo, soprattutto all’inizio della detenzione, può risultare fondamentale per capire il percorso da intraprendere coi vari soggetti detenuti. Nonostante sia imprescindibile il lavoro di gruppo tra tutti i vari soggetti che operano attorno e con i minori detenuti, fra tutti, l’educatore ha la responsabilità di far cambiare rotta e vita al giovane che ha commesso un reato; è colui che ha un raggio di intervento più vasto, e per questo deve avere una serie di competenze particolari, non solo pedagogiche e psicologiche, ma anche culturali e sociologiche, oltre a capacità di animazione e di riabilitazione nei confronti del minore detenuto. L’educatore userà tutte le sue competenze e conoscenze, tanto più se si troverà di fronte a detenuti, adolescenti o giovani adulti, con disagi psico – sociali o psico-fisici. Poiché ricopre un ruolo privilegiato, nella quotidianità del giovane detenuto, l’educatore diventa fondamentale in quanto osservatore dei soggetti detenuti. L’osservazione diviene lo strumento principale del rapporto tra educatore e detenuto, un rapporto dapprima informale, ma che poi si cerca di approfondire sempre di più, soprattutto perché la conoscenza del soggetto detenuto può aiutare l’educatore a costruire per lui un giusto itinerario per vivere bene la detenzione e prepararsi al momento della libertà. Importante, agli occhi dell’educatore, non sono solo i contatti diretti col giovane, ma anche osservarlo in rapporto con gli altri e con l’ambiente “carcere” che lo circonda. Tutte le note e le osservazioni che l’educatore ricava dal suo rapporto col detenuto, divengono base di un dossier che può essere utilizzato in fase di processo e giudizio sul detenuto. E’ sempre l’educatore che, in base alle notizie e alla conoscenze che ha acquisito nel rapporto col minore, costruisce un vero progetto di educazione, che si basa principalmente su iniziative che inducano il minore detenuto al cambiamento della mentalità criminale che lo ha portato in carcere, e su eventi che facciano, in qualche modo, intravedere una possibilità per quanto concerne il momento successivo alla scarcerazione. Il suo ruolo è molto vicino a quello del mediatore culturale per il detenuto straniero minorenne. Il lavoro di mediazione interno alle carceri minorili sta cercando di sostituire l’intento punitivo, proprio della detenzione, con quello riparativo proprio di un percorso educativo: fermo restando che occorre pagare per gli errori commessi, anche nelle carceri, senza educazione non c’è possibilità vera di rivalsa e di vittoria sull’errore commesso.   (Agenfides)

Tags: , , , , , , , , ,

Comments are closed.