Testimonianza e vocazione dei laici

mag 27th, 2011 | By | Category: Apertura

Nell’ambito degli incontri formativi del Serra di Genova Nervi, don Alvise Leidi ha condotto una riflessione sull’apostolato dei laici nella società post-moderna[1]

Il tema della conversazione, ha osservato preliminarmente don Leidi, si caratterizza per la sua complessità e, nel contempo, per un indubbio fascino, riconducibili alla rilevanza degli effetti indotti dal secolarismo, che permea il contesto sociale e culturale. Ma si tratta di problemi che stimolano i credenti ad un coraggioso annuncio del Vangelo. Oggi ci rendiamo conto che l’uomo vive la fede in modo soggettivista ed emotivo, distaccato dalla realtà, incapace di distinguere il bene dal male, il vero dal falso. Ma quando le sue esperienze non sono fondate su un “nocciolo di verità e oggettività”, diventano vaghe ed egli finisce con il naufragare di fronte alle prime difficoltà.

Dunque, i fermenti e le inquietudini della società ci affascinano e ci “costringono“ a ripensare continuamente non soltanto i contenuti della fede, ma anche le modalità con le quali cerchiamo di trasmetterla. E’ sotto gli occhi di tutti la drammaticità dell’attuale momento storico: intorno a noi vediamo un vuoto esistenziale, trasversale ai vari livelli in cui si articola la società. Spesso l’uomo è svuotato di senso, non sa perché vive, né  per quali motivi ha accolto una certa tradizione, o perché compie determinati atti. Come accennato, non sa più giudicare la realtà.

In sintesi, molte persone appaiono “anestetizzate” e infelici e il loro dramma non è solo esistenziale, ma anche spirituale. Quella societas cristiana, che per tanti secoli aveva “protetto” la fede, è venuta meno. E i cristiani “superstiti” sanno che devono uscire dal bozzolo rassicurante delle sacrestie per (ri)evangelizzare i loro fratelli. Se approfondiamo appena l’analisi, scopriamo che, dopo il crollo del regime sovietico, è emerso un ateismo più rozzo! Prima della caduta del muro di Berlino[2] l’ateismo non era la semplice negazione di Dio, ma una forma di antiteismo, cioè si poneva contro Dio, un “oppressore” inventato dai cristiani per negare l’autonomia dell’uomo.

I fautori di tale visione ideologica proponevano un “paradiso” terreno, individuato nel fine ultimo del proletariato al potere, da ottenere con la lotta di classe. Non era semplice cattiveria: in nome del supremo obiettivo di creare l’uomo ideale (utopia tragicamente smentita dalla storia), venivano autorizzate crudeltà ripugnanti, dallo sterminio di intere categorie di persone alle carestie pilotate. Così, se nel nazismo la razza era stata innalzata al posto di Dio, nel marxismo al primo posto c’era la classe. La storia ha dimostrato che ciò andava contro la dignità dell’uomo, che quella ideologia pretendeva di  riscattare, che veniva espropriato dell’anelito insopprimibile verso Dio.

In un contesto simile l’apostolato dei laici si configurava con caratteri più definiti, quindi era più semplice. Era una testimonianza militante, che non poteva non contrapporsi alle crudeltà insensate delle ideologie e talvolta giungeva al martirio. Grazie alla  maturazione del contesto socio-culturale (che ha beneficiato delle aperture ecumeniche del Concilio Vaticano II) oggi questo apostolato militante è superato e la Chiesa è stimolata  a diventare sempre più solidale con il mondo..

Ma le esigenze poste da un mondo sempre più secolarizzato richiedono che l’opera di evangelizzazione sia curata con modalità nuove. Se il fallimento delle ideologie non suscita rimpianti, è altrettanto vero che molte persone, che avevano creduto in esse, si sono smarrite ed evidenziano una mancanza totale di senso. Diventa così inevitabile l‘adesione, forse inconsapevole, al clima di relativismo imperante. In tali condizioni, la nuova evangelizzazione, cui ciascuno di noi è chiamato, richiede una preparazione, anche teologica, più accurata, nonchè le capacità necessarie per comunicare i valori cristiani, senza lasciarsi imbrigliare dalla melassa relativista.

Oggi constatiamo che alla Chiesa viene riconosciuta libertà di parola e di azione, ma spesso a certe condizioni, cioè viene ristretta al solo ambito degli interventi di tipo sociale. I cristiani,invece, oltre al doveroso impegno verso i più deboli, sono chiamati a testimoniare la fede in tutta la loro vita, anche quando parlare pubblicamente di Dio non è “politicamente corretto”. Per i laicisti d.o.c. la fede va bene se resta confinata in un ambito intimistico, e sempre che non ci permettiamo di giudicare  ciò che ci circonda. Va riconosciuto, peraltro, che a volte siamo noi a non avere il coraggio e/o la preparazione necessari per farlo.

Nell’ultima parte dell’incontro don Alvise ha accennato ad alcuni aspetti pratici dell’apostolato dei laici, che può assumere  due modalità, personale e associativa, entrambe derivanti dal Battesimo. In forza del sacramento siamo in primo luogo chiamati alla testimonianza personale, che trova poi sostegno nell’esperienza associativa, anche in ordine alla riflessione sulla fede, che così diventa più oggettiva e ricca. Se al termine di tale percorso giungo alla consapevolezza di avere incontrato Cristo, allora possiedo le fondamenta per fare un apostolato che si fonda sull’azione di grazia operata dal Battesimo, il quale imprime in ciascuno di noi i sigilli di profeta, re e sacerdote.

Ma quali sono i luoghi concreti dell’apostolato? Don Leidi ha sottolineato il ruolo primario della famiglia: prima ancora che dal sacerdote, il bambino impara a conoscere Cristo e il suo Vangelo all‘interno della famiglia. Qui l’apostolato si esprime non solo con la preghiera, ma anche con gli esempi di amore reciproco, e verso Dio, che, pur con la fatica della convivenza e del lavoro quotidiani, provengono dai genitori. E si è constatato che spesso le difficoltà ad evangelizzare la nostra cultura sono imputabili proprio alle insufficienti fondamenta della fede in famiglia.

Infine, don Alvise ha rimarcato la rilevanza, nella società, dell’apostolato affidato ai laici. E’ il laico, non il prete, che è presente, “in esclusiva”, in fabbrica, in ufficio, a scuola. In questi ambienti è fondamentale il suo ruolo, che non è di assumere atteggiamenti moralistici o di fare proseliti, ma  di suscitare le domande ultime sul senso della vita e di portare la luce di Cristo. E oggi chi ci sta vicino, e ha il cuore ferito dalle durezze della vita, forse si sente toccato nel profondo se vede che la nostra fede ci da’ qualcosa di bello e sostanziale, un fondamento che ci rende felici, Gesù Salvatore.

In conclusione, le vie entro cui muoverci sono le vie della bellezza e dell’amore, da interpretare in senso cristiano, quindi un amore concreto, che sa vivere la gioia e la sofferenza. Un amore che non è qualcosa di romantico, ma si manifesta e si sublima con la Croce. I laici sono protagonisti di questo apostolato e ne danno testimonianza. E la via è Cristo, morto e risorto. La mission dei laici è  mostrare, nella quotidianità degli ambienti nei quali sono immersi, la bellezza di essere cristiani.

Sergio Borrelli


[1] Don Alvise Leidi è un giovane sacerdote genovese, che oltre agli impegni pastorali (è viceparroco della parrocchia di San Tommaso apostolo a Genova), sta frequentando, presso la Pontificia Università della Santa Croce in Roma, un corso biennale di specializzazione in Teologia dogmatica.

[2] Don Alvise ha anche accennato alle “picconate” del positivismo, che rifiuta all‘uomo ogni libertà, ogni diritto, perché gli rifiuta ogni realtà trascendente. Negando infatti il Dio Creatore e Sovrano dell’Universo non si è più capaci di riconoscere e affermare l’assoluto nell’uomo, che viene così annientato da una schiavitù sociale e metafisica.

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