La sfida educativa

mag 27th, 2011 | By | Category: Cultura

“La sfida educativa” è il frutto di una riflessione avviata dal Servizio Nazionale per il Progetto Culturale della C.E.I. e culminata qualche tempo fa nella pubblicazione di un libro dal titolo omonimo. Poiché si tratta anche del tema del decennio pastorale, pubblichiamo qui di seguito una riflessione di don Roberto Donadoni, Direttore di Marcianum Press di Venezia.

Il Cardinale Scola, Patriarca di Venezia

Innanzitutto bisogna domandarsi cosa vuol dire educare.

Educare significa introdurre la persona dentro la realtà. Tutte le tappe educative sono determinate da questo processo. Si pensi, ad esempio, al momento del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, da una realtà che continuamente si identifica con i genitori all’affermazione di sé stessi. E’ un progressivo entrare nell’universo. Ciascuna di queste tappe è però sempre accompagnata da una crisi spirituale, intendendo con tale termine il mondo interno dell’essere umano. Una persona che entra in una tappa nuova della vita ha un senso di timore, anche se magari non lo manifesta, per due ragioni fondamentali, come è detto bene proprio nella parte introduttiva del libro. Dentro il bambino, dentro il ragazzo, dentro l’adolescente, c’è sempre il desiderio della propria felicità, della beatitudine, che è inestinguibile e che permane per tutta la vita; dall’altra parte c’è la novità in cui si trova ad entrare, perché il bambino lascia l’identificazione con i genitori ed entra nel mondo dell’adolescenza, un mondo totalmente diverso, che magari può ostacolare il desiderio di felicità che ha dentro il cuore.

Il compito dell’educatore è quindi quello di introdurre la persona nella realtà mantenendo viva la tensione tra il desiderio di felicità e la realtà che la disturba. Lo si capisce quando l’educazione di una persona fallisce, quando degli eventi fanno fallire la tensione tra il desiderio e la realtà. Un primo esempio è dato dalla droga. E’ il primo flagello, oggi molto insidioso, più nascosto e più diffuso di una volta; tra le pasticche e tutto il resto è diventato più facile e più sfuggente. La droga consente di non entrare nella realtà, di vivere un’allucinazione permanente. E’ la paura di incontrare la realtà rappresentata dal lavoro, da una responsabilità, ecc.. Un secondo esempio è la sottomissione alla realtà, cioè la rinuncia ad ogni ideale della vita; l’esistenza diventa una vita annoiata, una vita indifferente. Detti due esempi illustrano come avviene la perdita della tensione, volta al naturale desiderio di beatitudine e di felicità. E su come introdurre un ragazzo, un giovane, nella realtà si stanno interrogando i Vescovi e per questo vengono passati in rassegna i vari ambiti nei quali l’essere umano si imbatte ogni giorno. Il libro abbraccia infatti tutta l’area dell’educazione; per rendersene conto basta leggerne i titoli dei capitoli: famiglia, scuola, comunità cristiana, lavoro, impresa, consumo, mass media, spettacolo, sport.

Allora, che cosa si deve fare per educare? Attraverso tutte le realtà che la vita offre, si deve aiutare la persona ad uscire dal chiuso del proprio mondo, dal chiuso delle proprie sensazioni soggettive, oggi nella stragrande maggioranza fortissime, per avvicinarsi alla realtà così com’è. Questa specie di esodo (l’uscita della persona da sé stessa per incontrare la realtà) è compiuto quando la persona è capace di amare. L’amore è il riconoscimento perfetto della realtà più grande che esista.

Allora perché educare è una sfida? Il testo continua a ripetere la domanda  via via lungo i capitoli. Lo è per due motivi. Uno strutturale e l’altro congiunturale. L’atto educativo è per sua natura una sfida, come lo è sempre stato e lo sarà sempre. Ma l’atto educativo è una sfida soprattutto oggi. E’ una sfida lanciata dall’educatore, dal genitore, dal catechista, dal sacerdote alla libertà della persona che sta educando. E’ l’aiuto alla persona per consentirle di uscire dal chiuso dei propri interessi, dei propri gusti soggettivi, e la si sfida a diventare essa stessa principio delle proprie scelte. Ecco la sfida.

L’educatore sfida la persona, ad essere ragionevole di fronte alla realtà, che non è fatta solo di momenti gioiosi, ma anche di momenti di sofferenza, di momenti di tristezza, di momenti di lavoro duro, di sacrifici. Allora la sfida, come ci chiedono i Vescovi all’interno di questo testo, è proprio questa: “Amico, giovane, devi diventare te stesso!”.

Questa sfida oggi è molto accresciuta, perché l’idea di persona umana, veicolata dalla cultura attuale, è la negazione dei due presupposti di ogni vera educazione. Il primo, è la negazione che essere liberi è più bello che essere spontanei. Il secondo, è la negazione che ci sia una verità, che ci sia qualcosa di immutabile nella realtà. Ogni opinione oggi vale l’altra, né più né meno, anche se contraria. Non c’è qualcosa di immutabile, non c’è qualcosa di solido sotto. E’ evidente che educare in questo tipo di contesto diventa difficile. Ecco perché i Vescovi dicono che educare è una sfida.

Il testo, nel capitolo della famiglia, si domanda se essa sia in grado di raccogliere questa sfida educativa. Il libro dice che da una parte bisogna affermare che non solo la famiglia è in grado di raccogliere questa sfida, ma dice che è l’unica, probabilmente, in grado di farlo. Essa infatti è il luogo in cui il bambino, il ragazzo, la persona umana, può vivere la realtà. Però il testo si preoccupa che la famiglia possa essere privata di questa capacità se essa si trova in un contesto sociale che la ignora o che la ostacola. La si ostacola quando non si riconosce il suo primato educativo. Primato significa che ha il diritto originario dell’educazione della persona, cioè significa che ogni altro soggetto educativo è al servizio di questa.

La Chiesa italiana, attraverso l’impegno del Servizio Nazionale per il Progetto Culturale, cerca di aiutare gli educatori e, per loro tramite, di influenzare la cultura diffusa. A sostenere questo sforzo chiama tutti i cattolici, ma non solo. Certi principi esondano dal mondo cattolico per essere fatti propri da tutte le persone che hanno a cuore il bene dei giovani, siano essi i propri figli o meno. Noi Serrani non possiamo essere sordi a tale richiamo della Chiesa perché tale impegno concorre con la finalità statutaria serrana di “promuovere le vocazioni sacerdotali e religiose”.

L’azione e la funzione del Servizio Nazionale per il Progetto Culturale non sono ignoti ai Serrani. Infatti, sul n° 112 di codesta rivista del settembre 2008, due articoli hanno trattato l’argomento: “Il Progetto Culturale della CEI” a pag. 24 e “Alta cultura e cultura diffusa” a pag. 32. E’ forse opportuno andarli a rileggere, anche sul sito internet.

Benito Piovesan

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