Il “Codex purpureus rossanensis”

apr 26th, 2011 | By | Category: Cultura

Il “Codice Purpureo Rossanese” è un manoscritto del Nuovo Testamento, del formato di 260 x 307 mm., su pergamena colore rosso-porpora (da qui il nome “Purpureus “), di straordinario interesse dal punto di vista sia biblico e religioso, sia artistico, paleografico e storico, sia documentario.

E’, però, mutilo, perché i suoi 188 fogli, forse dei 400 originari (l’altra metà è andata probabilmente distrutta nel secolo XVII o XVIII in un incendio, di cui è rimasta traccia negli ultimi dieci fogli),  contengono soltanto l’intero Vangelo di Matteo e quasi tutto quello di Marco (fino al versetto 14 dell’ultimo capitolo: mancano i versetti 15-20).  Nel corpo del volume si trova anche una parte della lettera di Eusebio a Carpiano sulla concordanza dei Vangeli.

La legatura, in pelle scura, risale al sec.  XVII o XVIII.

E’ adespoto: non conosciamo il nome dell’autore o, meglio, i nomi degli autori, che certamente sono più di uno e restano anonimi, perché hanno espressamente deciso di esserlo, in coerenza con la loro scelta di fede, testimoniata e vissuta quale servizio, in umiltà, all’affermazione e alla divulgazione della dottrina cristiana.

IL TESTO

E’ scritto in caratteri onciali ossia in elegante e chiaro carattere di scrittura greca onciale o maiuscola biblica.  Il testo è distribuito su due colonne di 20 righe ciascuna (un’impostazione grafica giornalistica ante litteram); le prime tre linee, all’inizio dei Vangeli, in oro e il resto in argento.  Le parole non recano accenti, né spiriti, né sono tra di loro separate, né compaiono segni di interpunzione, tranne il punto ortografico (“punctum”) che segna la fine dei periodi.  Quando, invece, inizia il periodo, la prima parola si apre con una vocale o consonante più grande.

E’ corredato da alcune splendide illustrazioni (miniature), che integrano, completano, aiutano a capire e ad interpretare il testo evangelico.

L’IMPIANTO E LA STRUTTURAZIONE DELLE MINIATURE

Il “Rossanensis” è un Evangelario miniato, che comprende n. 15 illustrazioni decorative, superstiti immagini di un più ampio corredo iconografico,   aventi per soggetto fatti, avvenimenti, parabole riguardanti la vita e la predicazione di Gesù Cristo.

Le miniature  tranne tre (IX, X e XV),  rappresentano visivamente la vicenda storica ed il messaggio evangelico di Gesù Cristo nella sua ultima settimana di vita.  Esse sono tratte dai quattro Evangeli, compresi quelli di Luca e Giovanni, i cui testi sono andati perduti.

Dieci illustrazioni (Tavole I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, XI e XII) presentano la stessa impostazione visiva e grafica, uno schema fisso e un “leit-motiv”, che consta di tre parti: quella superiore è occupata da una o più scene evangeliche; la parte centrale è riservata a quattro Profeti; la terza parte, quella inferiore,  è dedicata alle profezie, riportate in rotoli o cartigli.

Le altre cinque sono a tutta pagina: di esse due continuano a presentare scene evangeliche (Tavv.  XIII e XIV, dedicate ai due processi a Gesù e al pentimento – suicidio di Giuda) e le altre tre a temi diversi (Tavv.  IX, X e XV, dedicate rispettivamente ai quattro Evangelisti, alla lettera di Eusebio e all’evangelista Marco con Sofia).

Il protagonista, il centro gravitazionale, di quasi tutte le miniature (tranne le nn.  IX, X e XV) è la figura, fiera, pensosa, ieratica, autorevole, regale, egemonica, di Gesù: il Cristo barbuto, con i capelli lunghi, riversi sul collo e sulle spalle (e non sulla fronte come privilegerà la successiva arte bizantina), con intense e sempre diverse espressioni del volto, con un grande aureo nimbo crucifero o aureola intorno alla testa, con il mantello greco o himation di colore oro, che lascia scoperto il braccio destro ed i sandali.  Sotto l’himation Gesù indossa una tunica lunga manicata o chitone, che è di colore marrone in alcune miniature (Tavv. I, II, III, VIII), mentre in altre è di colore blu-turchino (Tavv.  IV, V, VI, VII, XI, XII, XIII, XIV), perché è cambiato il miniaturista o per un significato simbolico oscuro.  Gesù, inoltre, viene rappresentato in movimento, con il braccio destro e la mano alzati (Tavv. I, III, IV, V/a, VIII/a): l’accorgimento del miniaturista mira a rendere visibile il momento in cui il Cristo sta per proferire le frasi evangeliche, molte delle quali riportate nella parte superiore o inferiore della scena evangelica della tavola (“ Titula historiarum”).

CODICE RARO SE NON “UNICUM”

Questo codice, noto anche come il “Rossanensjs” , è uno dei sette codici miniati orientali esistenti nel mondo.  Tre sono in siriaco e quattro in greco.

Questi ultimi sono il “Manoscritto 5111 o Genesi Cotton” in possesso della British Library di Londra (di cui, però, a causa di un incendio nel XVII secolo, è rimasto qualche esiguo e decomposto frammento soltanto di una pagina), la “Wjener Genesis” conservata presso la Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna (costituita da 26 fogli, 24 dei quali miniati), il “Frammento o Codíce Sínopense ” custodito presso la Bibliothèque National di Parigi (formato da 43 fogli e 5 miniature) e infine il “Codex Purpureus Rossanensis “, che, con i suoi 188 fogli, pari a 376 pagine, è il Codice più ampio, più prezioso, più importante di quelli sopra citati.  Vengono segnalati altri due codici greci, pare non miniati, che appartengono al medesimo periodo ed hanno la stessa provenienza: il cosiddetto “Codíce o frammento «N» ‘o ” Codex Purpureus Petropolitanus”, che si conserva a S. Pietroburgo, e il cosiddetto “Beratinus”, che si trova a Tirana.

Il “Rossanensis”, salvato da rapine, distruzione, oblio dalla Chiesa rossanese, è posseduto e conservato, da tempo immemorabile, dalla Cattedrale e dall’Arcivescovado dell’antica e prestigiosa città bizantina, ed è amorevolmente custodito, dal 18 ottobre 1952, presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Rossano.

Sfuggito a storici e cronisti nel corso dei secoli, viene ricordato per tre volte da documenti ed eruditi locali, prima di essere segnalato al mondo della cultura internazionale dai due studiosi tedeschi Gebhardt ed Harnach.

Il primo documento è un ‘Memoriale del 1705″, con il quale “il clero e il pubblico della città di Rossano fanno sapere “al Papa Clemente XI che “nella chiesa metropolitana di detta città (..) si ritrovano quantità di libri greci con lettere e figure dorate e miniate, formati sopra fogli di corteccia d’ alberi, quali libri si ritenevano in gran stima per l’utilità e singolarità”. Inoltre, denunciano l’Arcivescovo del tempo, Andrea Adeodati di essere “nemico dell’antichità” e di avere “fatto sotterrare i suddetti libri sotto il pavimento della sacristia e proprio sotto il lavabo dei sacerdoti, senza curarsi del danno, che faceva a detta chiesa e città, col privarli di cose così memorabili”. Ed, infine, “ricorrono” perché il Santo Padre possa apportare “opportuno rimedio” alla gravissima vicenda.  L’arcivescovo, con la nota dell’11 ottobre dello stesso anno al cardinale Paolucci, segretario di stato della Santa Sede, respinge tutti i gravi addebiti (il documento è conservato nell’Archivio Vaticano, è stato segnalato da P. Francesco Russo nel suo “Regesto Vaticano per la Calabria” vol.  IX, reg. n. 50547, pag. 443, ed è stato studiato e divulgato da Luigi Renzo sulla terza pagina de “La Gazzetta del Sud” e nel suo libro “Sprazzi di Calabria.  Società, storia e cultura” del 1994, pp. 25-32). S’ignora sia l’esito della controversia sia i risvolti tuttora oscuri della stessa.  Si ritiene che non ci siano dubbi che quei “libri greci con lettere e fígure dorate e miniate” altri non siano che i Vangeli purpurei e, probabilmente, altri testi, che ancora potrebbero trovarsi negli archivi diocesani, che sono una miniera inesauribile. Comunque, grazie al suddetto esposto-denuncia quei “libri greci” furono salvati dalla distruzione o dalla vendita a qualche mercante d’arte.

La seconda notizia sul Codice di Rossano la fornisce, nel 1831, Scipione Camporota, canonico della Cattedrale della città, che dà ai fogli una prima sistemazione e l’attuale numerazione delle pagine con inchiostro nero.

La terza informazione la dà lo storico e medico rossanese Pietro Romano, che, nel 1878, in suo breve saggio storico ( “Frammento di storia patria sul duomo ed episcopio di Rossano”, pp. 41-42), ricorda l’esistenza a Rossano di un “libro misterioso ed arcano”, che, avendolo cercato ma non avendolo trovato, viene paragonato all’ “araba fenice, che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa!”, anche se ammette che la notizia “viene confermata da persone degne di fede e dalla testimonianza di C. Malpica”.

L’ORIGINE

Ancora aperta è la “questione” della localizzazione e della provenienza delCodex”, nonostante gli studi e le ricerche, di notevole valore scientifico, che, da circa un secolo, stanno impegnando storici, paleografi, studiosi d’arte bizantino, neo-testamentari e di filologia biblica.

Ben presto, però, si afferma, ed oggi nessuno più la mette in discussione, l’«ipotesi orientalista», la quale dà per certo che il “Rossanensis” e gli altri Codici miniati prima ricordati, provengano da uno “Scriptorium” monastico dell’Oriente bizantino.  Sull’ubicazione precisa di questo centro, tuttora, non c’è unanimità né concordanza di posizioni tra gli studiosi.

Quasi tutti i ricercatori concordano nel datare il codice intorno alla metà del secolo VI.

Di recente, però, Fernanda de’ Maffei è pervenuta a nuovi risultati, che modificano radicalmente tante convinzioni consolidate e ritenute, a torto, definitive.  Infatti, in seguito a lunghe ricerche, fatte dal 1974 al 1986, i cui risultati sono culminati in uno studio di ampio respiro, presentato a Rossano attraverso due relazioni (la prima durante il convegno nazionale su “Testimonianze cristiane antiche e altomedievali nella Síbaritide” e pubblicata nel 1980, la seconda nel corso del congresso internazionale di studi su “San Nilo di Rossano” del 1986 e pubblicata nel 1989), la de’ Maffei propone una nuova ed originale teoria, che ella con umiltà chiama “ipotesi di lavoro”.  Questa nasce da un esame attento e molto circostanziato, “estetico” ed “interno-stilistico”, sulle miniature e sull’esegesi neo-testamentaria dei Padri della Chiesa e conclude che la patria del “Codex purpureus Rossanensis “sia Cesarea di Palestina, come il Sinopense di Parigi, e la “probabile”  data di stesura del manoscritto sia da anticipare “verso la metà del secolo V”, come hanno affermato, in precedenza Munoz, Graevenche, Ludtke.

Quest’ultimo contributo scientifico e critico pare che sia una delle proposte più plausibili e più persuasive, che fornisce nuovi argomenti e nuova luce per avviare a soluzione le annose, appassionate e dibattute “questioni” riguardanti il “Rossanensis “.

LA COMMITTENZA

Per quanto riguarda la committenza si ritiene plausibile che essa provenga dall’ambiente della corte dí Bisanzio, da persone della famiglia imperiale o dell’alta aristocrazia di corte, laiche o religiose, ciò perché la pergamena era allora rara e molto costosa, l’inchiostro d’oro e d’argento era alla portata soltanto di ristrette cerchie di abbienti, il colore porpora era in quel tempo riservato all’Imperatore e ai suoi stretti congiunti assumendo così  l’immagine simbolica del potere temporale dell’Impero o spirituale e sacrale della Chiesa.

Si ritiene probabile che il committente del “Codex “abbia patrocinato e finanziato l’opera nell’ottica di quelle frequenti donazioni o opere buone a favore della Chiesa, tese a creare meriti per la salvezza dell’anima o per l’indulgenza delle pene, e che, per una personalità ricca e di alto rango, dovevano essere particolarmente visibili, quali “status symbol” della classe dominante.

LA DESTINAZIONE

Circa la destinazione dell’Evangelario, tra le varie ipotesi sembra più verosimile che il ” Purpureus Rossanensis” sia stato destinato ad un uso sacro, dottrinale, liturgico. Esso è un libro illustrato di memoria, di documentazione, di rievocazione dei fatti, della vita e della predicazione di Gesù.

E’ anche un testo dimostrativo della Verità testimoniata dal Dio vivente.

Ed è divulgativo della parola e dell’insegnamento dj Gesù Cristo.

Nell’Evangelario di Rossano, infatti, prevalgono la parola e lo scritto, che, nella simbologia religiosa bizantina, sono i principali strumenti della comunicazione del messaggio di Dio, dell’annuncio del mistero della Rivelazione di Dio

Il “Codice di Rossano ” è Cristo stesso: la sua parola rivelata nello scritto e la sua rivelazione visivamente illustrata.

LA VENUTA A ROSSANO

Circa la terza “questione”, si ritiene, con molta cautela, che il “Codex” giunga a Rossano all’indomani del 636-638, quando numerosi monaci, in gran parte greco~melkiti, per sfuggire all’offensiva espansionistica e religiosa degli Arabi musulmani, abbandonano la Siria, la Palestina, l’Egitto, la Cappadocia e cercano rifugio nell’Italia Meridionale ed in Calabria; oppure si può opinare che il prezioso manoscritto sia portato a Rossano da monaci iconoduli, intorno alla prima metà del secolo VIII, al tempo delle cruente persecuzioni iconoclastiche.

Una di queste comunità – è una ipotesi possibile – si stabilisce in qualcuno dei tanti monasteri rupestri ipogei, costituiti da grotte arenaree, del tipo eremitico o lauritico, che formano allora la famosa “Montagna Santa” (“Aghion Oros”) della città jonica, dove portano quanto di più prezioso avevano prodotto nella loro patria di provenienza, che – proprio perché prezioso – continua a fare loro da tramite con la Divinità ed impreziosisce la nuova patria di adozione.

La Chiesa di Rossano, in epoca imprecisabile, verrà in possesso e custodirà il prezioso e sacro manoscritto, lo utilizzerà – ritengo – almeno fino al 1460,

PREGI E VALORE DEL “ROSSANENSIS”

I pregi del manoscritto miniato sono numerosi, tali da renderlo il capolavoro della produzione libraria ed artistica bizantina, prezioso, per molti versi un “unícum”, di valore inestimabile.

I 188 fogli di pergamena, membrane sottilissime e pure di animale, sono di eccellente qualità ed ottimamente lavorati.

La colorazione purpurea delle 376 pagine è resa possibile dall’immersione dei fogli nel bagno di una sostanza dalla tinta rosso porpora, dagli alti costi: questa veniva estratta da migliaia di particolari molluschi, che vivono soprattutto in quel braccio del Mediterraneo prospiciente la Palestina e la Siria, e, data la sua alta qualità, è presumibile che essa sia stata prodotta a Tiro, la cui porpora era rinomata nell’antichità.

La particolare rarità delle pergamene purpuree è determinata dall’esclusiva prerogativa del colore porpora a favore degli imperatori di Bisanzio e dalla proibizione in quei secoli di eseguire codici con quella colorazione.

L’uso di inchiostri a base d’oro e di argento.

L’antichità del manufatto (è probabilmente il più antico e meglio conservato documento librario e biblico della cristianità) fa di esso “la più fulgida gemma libraria della Calabria…, che da solo fa Museo” (Ciro Santoro).

L:ampiezza del manoscritto greco miniato lo rende talmente importante che gli altri superstiti codici orientali non possono rivaleggiare con esso.

Efficace e superba è la realizzazione di ben 15 vivaci miniature (cosa che non ha riscontro in altri coevi documenti), splendide ed armoniose illustrazioni visive della parola di Cristo, documenti rarissimi dell’arte sacra bizantino, espressioni, assieme alle pergamene lavorate, di alta qualità artigianale.

Il testo evangelico, nonostante alcuni errori di trascrizione degli amanuensi, è tra i più antichi ed attendibili, radice e fonte della dottrina cristiana e della cultura europea.

Ottimo è l’equilibrio tra fede e scienza, tra religiosità e tecnica raffinata, tra pazienza e abilità, quale si manifesta sia nella scrittura sia nelle illustrazioni.

Dal punto di vista estetico, è diffusa la convinzione tra gli storici dell’arte che le illustrazioni pittoriche delle miniature, il portamento e la severità dei protagonisti e dei personaggi, i motivi stilistici, il gusto della metafora e dell’allegoria, l’efficace tavolozza policromatica etc. rappresentino nel “Rossanensis” la continuità dell’arte classica e pagana, che nell’Oriente (specificamente in Palestina, in Asia Minore, in Siria, ad Alessandria) ha avuto i suoi qualificati centri di produzione e di irradiazione.  Il ” Codice” di Rossano, perciò, mentre raccoglie, in sintesi, l’eredità e le suggestioni della cultura artistica ellenistica e di quella religiosa cristiana, svolge l’originale ruolo di tramite e di anello di congiunzione tra la sensibilità creativa del mondo antico, avviata verso la decadenza, e quella del mondo medievale e bizantino, destinata alla nuova egemonia culturale europea.

Il “Codex Purpureus Rossanensis” è, altresì, un documento ineguagliabile nella sua carica straordinaria di spiritualità, di contenuti, di messaggi, di forte tensione e, nel contempo, di sereno “pathos”, che trasudano le antiche ed espressive pagine di questo Evangelario.

(fonte: Codex purpureus di Rossano di Filareto-Renzo)

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