Voglio essere suora

apr 2nd, 2011 | By | Category: Apertura

Le Missionarie di San Carlo Borromeo

Sintesi dell’incontro delle suore con i soci del Serra Club di Venezia

Suor Maria Grazia

Il nostro Istituto delle Missionarie di San Carlo Borromeo  ha pochissimi anni di vita. Siamo ancora tutte molto giovani, ma allo stesso tempo credo che il Signore usi proprio questa piccolezza, questa giovinezza, per far risplendere in modo più evidente la sua potenza, il fatto che è davvero Lui all’opera.

Due coordinate storiche sulla nostra storia, sulla nostra origine. Innanzitutto apparteniamo al Movimento di Comunione e Liberazione e abbiamo origine dalla Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo che nasce all’interno del carisma di don Luigi Giussani nel 1985. Il cuore del nostro carisma è di portare ovunque nella Chiesa, attraverso la vita comune, la presenza di Cristo, quindi fondare delle case di due o tre sacerdoti dove la Chiesa ha bisogno. Il criterio della scelta del luogo è dove i Vescovi chiamano, quindi siamo proprio al servizio della Chiesa. Noi come ordine femminile, nasciamo da questa storia che ormai ha venti-venticinque anni di fraternità sacerdotale e nasciamo dal desiderio di alcune ragazze di poter condividere la stessa forma di vita di dedizione a Cristo nella missione. Nel 2005 si è trasferita a Roma Rachele, la prima ragazza che ne ha fatto richiesta a don Massimo Camisasca, il fondatore della fraternità di sacerdoti, e per il primo anno è rimasta da sola a studiare, nella preghiera, nell’attesa che Dio desse qualche segno per poter cominciare questa storia e capire se era davvero Sua volontà che nascessero le missionarie. Nel giro dei due anni successivi si è creato un gruppettino di ragazze, all’inizio eravamo in cinque, e nel 2007 abbiamo avuto un primo riconoscimento ufficiale, siamo state riconosciute dalla Chiesa a livello diocesano e in seguito  ci è stata donata una casa. Questi due fatti ufficiali hanno permesso l’inizio della nostra vita nel settembre del 2007.

Vi parlerò ora della vita nella nostra casa, ma, prima di cominciare, desidero presentarmi. Mi chiamo Maria Grazia, ho 27 anni, sono nata a Varese, ho studiato Lettere Moderne alla Cattolica a Milano. Subito dopo la laurea, praticamente sei mesi dopo, sono scesa a Roma e sono entrata tra le missionarie. Ho pronunciato i primi voti due mesi fa, il 25 marzo.

La nostra casa è alla Magliana, alla periferia di Roma, in una parrocchia affidata a dei nostri sacerdoti. Nasciamo quindi vicini a loro. Le ragazze che compongono la casa sono per ora dieci e, vengono dai posti più disparati. Io, come ho detto, sono di Varese, Rachele di Legnano, Elena di Imola, Sara di Sondrio, Daniela viene dall’Argentina, Ana dalla Spagna, Patrizia dalle Marche, Maria Giulia da Roma. Per rendere con un’immagine la nostra casa mi viene in mente un bouquet la cui bellezza è proprio data dal fatto che vengono accostati fiori diversi

Per dire in sintesi i pilastri della nostra regola, della nostra vita, devo partire sicuramente da quella che è la radice della nostra vita che è il silenzio e la preghiera. La nostra giornata è scandita dalla liturgia: abbiamo le lodi, l’ora media, la Santa Messa, il vespro e la compieta e, una volta alla settimana, un’ora di adorazione. Nella mattina, si svolge praticamente tutto in un clima di silenzio; dopo le lodi, preghiera comune, segue subito un’ora di silenzio, come don Giussani ci ha insegnato, E’ un’ora di preghiera personale, che inizia con un gesto molto semplice, ma decisivo, che è mettersi in ginocchio davanti a Cristo, davanti al Tabernacolo o a un’immagine sacra e poi leggere, meditandoli, dei testi di coloro che ci sono padri,  soprattutto di don Giussani, del Papa o dei Padri della Chiesa, i testi della tradizione. E quest’ora di silenzio vuole proprio essere come un’educazione che quotidianamente fa entrare dentro di noi questa dimensione del rapporto con Cristo. In questi tre anni che sono a Roma è stata veramente l’esperienza per me più potente, cioè la scoperta di un luogo, quello del silenzio, in cui poter riconquistare la memoria di chi sono io veramente, del fatto che io, prima di quello che posso pensare di me o anche di quello che sento di me, sono oggettivamente a rapporto con Dio. E ritornare a questa sorgente tutte le mattine, come prima cosa, davvero nel tempo ti cambia. Cambia la tua persona, cambia il modo con cui tu guardi a te e guardi agli altri, ti fa ripartire da una  grande positività, perché se tu ci sei è perché sei voluto da qualcuno, sei proprio desiderato da Dio, così come sei.

Il nostro desiderio è infatti quello di seguire i sacerdoti nella missione, quindi di essere  presenti in case nel mondo. Però questo deve essere preceduto da anni di silenzio e di formazione e di preghiera. Proprio per questo la seconda componente della nostra giornata è lo studio. Subito dopo l’ora di silenzio la mattina è proprio dedicata a questa attività.. Lo studio è strutturato nella nostra casa, nella nostra vita, secondo una scuola interna; non usciamo di casa per andare all’università, come fanno i seminaristi della Fraternità, ma abbiamo scelto di invitare in casa nostra dei professori a tenere delle lezioni, dei corsi regolari, anche seminariali,  con alla fine un esame di valutazione orale o scritto o entrambi. Questo, secondo me, è molto significativo perché vuole ricalcare un po’ l’idea di una scuola monastica, cioè uno studio che non è staccato dalla vita, ma che è alimentato e alimenta quella che è proprio la vita della comunità.

Le due materie fondamentali sono pertanto, da una parte lo studio del catechismo che ci dà la sapienza della fede, e, dall’altra parte, lo studio di don Giussani,  del carisma da cui nasciamo, che per me è proprio come una lente di ingrandimento che ci avvicina a quella che è la teologia, la tradizione della Chiesa.

Terzo polo della nostra vita, dopo il silenzio e lo studio,  è la vita comune.

Facciamo una vita molto stretta in questi primi anni, perché sostanzialmente tutto si svolge in casa. Ci sono delle attività in parrocchia, però il tempo che passiamo insieme è veramente molto. La vita comune o si fonda sul perdono, sull’accettare la correzione, l’accettare la diversità dell’altro come possibilità per te o altrimenti soccombi perché veramente è continuo il rimettersi in discussione, all’ordine del secondo il doversi confrontare, capire, riabbracciare e tutto questo è molto liberante perché fa capire che non è una casa di persone perfette, è una casa di persone in cammino, in cui ognuna è chiamata a convertirsi, ad aprirsi, ad accogliere l’altro.

Abbiamo iniziato a dare una mano in parrocchia tenendo i bambini di catechismo, sia quelli della comunione sia quelli delle medie,  ci occupiamo del pranzo con gli anziani,  facciamo cioè accoglienza a gli anziani, che tendenzialmente è gente molto sola, molto ai margini. Una di noi ha affiancato il parroco nel corso per i fidanzati. Anche questa è una grandissima occasione perché i fidanzati possano poi avere un’amicizia a cui poter ritornare al di là del corso, e  anche dopo il matrimonio, e non sentirsi abbandonati a sé stessi. Anche questa è un’esperienza molto bella:  ci occupiamo del doposcuola per i bambini e abbiamo iniziato a visitare gli  anziani ammalati nelle loro case che; nella maggior parte dei casi vivono soli. Concludo dicendo che quello che io desidero veramente  è di partecipare con tutta la mia vita a questa opera di Dio e poter incontrare il mio prossimo  per farlo incontrare con  Cristo.

Presidente

Noi serrani siamo interessati in modo particolare a capire come è nata la vostra  vocazione. Noi che cerchiamo di favorire le vocazioni, vorremmo creare un ambiente favorevole alla vocazione. Voi, raccontandoci la vostra esperienza, potete aiutarci a trovare la via migliore.

Suor Elena

Io mi chiamo Elena e ho trent’anni e vengo dalla Romagna, da Imola. Sono entrata nei missionari di San Carlo nel 2006 e ho pronunciato i voti temporanei nel 2009.

Poiché lo desiderate, vi racconterò come è nata l’idea della vocazione alla consacrazione religiosa in me, cioè nella mia esperienza personale, nella mia storia.  Innanzitutto non esiste una vocazione particolare o un’altra, se non esiste prima di tutto “la vocazione”, cioè il fatto che Dio chieda ad ognuno di noi, personalmente e nello stesso tempo dentro un popolo che è la Chiesa, di rispondergli e dirgli di si. Tutta la vita di ciascuno di noi è la scoperta, la presa di coscienza sempre maggiore di ciò che è il pensiero di Dio su di noi e che comincia con il nostro concepimento.

La vocazione è fatta sempre da una chiamata di Dio,  dello Spirito in particolare, e dalla nostra risposta. E, come dicevo prima, anche se la nostra risposta è sempre personale, non è mai solitaria, c’è sempre un popolo che la sostiene.

Il momento storico in cui ho potuto scoprire la mia vocazione, come ho visto anche in altri miei coetanei, è il momento dell’università, cioè il momento della maturità, quando un ragazzo comincia a diventare grande. Però, qualcosa avvenne anche molto prima  dell’università, per esempio quando ero bambina, quando ero all’asilo. Ricordo che all’inizio io non volevo mai andare all’asilo perché mi annoiavo, non mi  divertivo, non stavo bene con  altri bambini. Una volta, che ero un po’ triste, una suora dell’asilo mi prese per mano e mi portò di fronte alla statua della Madonna. Ricordo che mi diede molta sicurezza il fatto di essere presa per mano e la preghiera implicita o esplicita di questa suora che chiedeva la mia pace. Questo mi ha colpito perché è appunto l’essenza di quello che mi è capitato poi anche all’università. Nel 1999, ho cominciato l’università a Parma dove ho studiato Beni Culturali,  Per me ci sono state due esperienze fondamentali. Tutte e due le riassumo con la parola “amicizia”.

Ecco credo che proprio l’amicizia sostenga la vocazione e questa potrebbe essere la risposta alla domanda della Presidente. Vorrei fare due nomi concreti. Innanzitutto una ragazza, Annalisa, che oggi è una monaca trappista nel monastero di Vitorchiano, in provincia di Viterbo, e un altro ragazzo, Donato, che oggi è in seminario nel nostro stesso Istituto. Ovviamente, quando li ho conosciuti, né io né loro sapevamo che saremmo finiti più o meno sulla stessa strada. Comunque, quello che mi ha colpito in questa amicizia è stato il modo di guardare ogni cosa che ci accadeva perché entrambi mi hanno insegnato, in un certo senso, a guardare la realtà. Annalisa mi ha insegnato a guardare tutto come positivo, proprio come in quella prima esperienza che mi era capitata all’asilo, cioè non c’è tristezza, non c’è dolore, non c’è disperazione, non c’è fatica, che non sia dentro un disegno più grande e positivo. Mi insegnò  anche ad amare la fatica e il dolore e ad amarli come parte della croce di Cristo, cioè a sentirmi parte di una cosa molto più grande del mio ambiente, della città dove vivevo, della comunità in cui vivevo, ma come se fossi parte del mondo intero. Di conseguenza  ho iniziato pian piano a vedere i miei limiti come strada della mia crescita, senza ingigantirli e senza far sì che fossero di impedimento alla strada che Dio voleva per me. Mi ha insegnato alla fine ad amare il distacco; spesso si pensa che l’amicizia sia stare sempre insieme oppure che l’amicizia sia fare cose insieme o avere cose in comune. Lei invece mi ha insegnato che l’amicizia è stare al proprio posto e superare il dolore del distacco. E’ stato struggente il giorno che l’ho accompagnata al monastero e che si è chiusa la porta in cui lei è entrata, perché per me voleva dire lasciarla totalmente a un destino che non era quello che io avevo immaginato nei primi anni di università. L’amicizia con Donato, invece, mi ha insegnato proprio come l’altro concorre ad integrare il mistero, come ci dice spesso don Massimo. Dio ha tante facce, e quindi nessuno di noi può ricordarle tutte, ma  ognuno di noi è come se portasse almeno un pezzo di questo volto.

Sono cresciuta in questo humus, con persone che, anche se inconsapevolmente all’inizio, avevano un desiderio di infinito grande e che con il tempo hanno imparato a riconoscere e a rendere concreto anche nella loro forma vocazionale.

Un’altra grande amicizia, è stata quella con i santi, che ho incontrato proprio nello stesso periodo e per merito di una amica. Un giorno ero nell’appartamento in cui abitavo a Parma e nella chiesa a fianco del nostro appartamento furono portate le spoglie di Santa Teresa di Lisieux, che, come voi saprete, sono itineranti, girano il mondo. Io non sapevo chi fosse questa santa e non avevo assolutamente voglia di uscire di casa perché ero stanchissima. Una delle mie compagne di appartamento mi disse: “Guarda, andiamo, perché io ho sentito parlare di questa santa. Dopo aver conosciuta la sua storia, che è una storia di umiltà assoluta, di semplicità,  di una persona che apparentemente non aveva qualità se non l’amore a Cristo, ho capito quello che anche i miei amici di carne mi avevano sempre insegnato cioè che in fondo ognuno è santo stando al suo posto senza fare cose eccezionali, anche lavando i piatti, anche facendo le pulizie, anche dando da mangiare al proprio bambino, facendo ciò che quotidianamente ci viene chiesto. Questo mi ha colpito. L’idea di fare la suora missionaria non è stata chiara subito, ci ho messo tempo per capire la forma specifica. Però dentro il clima di amicizia in cui vivevo e in cui tutti mi insegnavano che la cosa importante è fare la volontà di Dio nel quotidiano, mi è successo, camminando per la strada, di avvertire, come un sussurro, un suggerimento che non so ben definire perché molto misterioso, che Dio mi chiedesse tutta la vita. Questo è successo per le vie di Parma, in un momento veramente banale della quotidianità, perché stavo guardando le vetrine di un negozio della UPIM. Questo pensiero mi ha fatto intuire  immediatamente che fosse giusto seguirlo e che fosse sensato vedere dove lo Spirito Santo voleva condurmi. Qualche secondo dopo però ho avuto paura, come un senso di inadeguatezza. Pensavo: sicuramente non starà dicendo a me, perché è una cosa troppo strana, non la fa nessuno. E come Dante ha avuto bisogno della guida di Virgilio, anch’io ho avuto bisogno dei miei amici. Infatti sono subito andata a parlare con Annalisa. Ancora io non sapevo che avesse anche lei certi desideri, certi pensieri, e anzi ne stava già verificando le ipotesi di realizzazione. Annalisa mi disse: ”La nostra amicizia, la nostra comunione ti ha condotto fino a qui; adesso hai bisogno di dire un “si” personale, se questa è veramente la tua strada”. E mi suggerì di parlare con un sacerdote. Io parlai con un sacerdote della Fraternità, perché ero molto affascinata dalla loro esperienza. Allora non sapevo certo di desiderare questa forma femminile di Fraternità, che tra l’altro è nata successivamente.

Presidente

Vi abbiamo preso in bozzolo, devono venir fuori le farfalle.

Sara (novizia)

Io sono ancora novizia. Prima di conoscere le missionarie ho conosciuto la Fraternità, come tutti, e stavo anch’io verificando l’ipotesi della verginità senza aver chiara una forma, solo con un grande desiderio di trovare un luogo di conquista di tutto quello che io sono. Sono andata a fare un pellegrinaggio a Czestochowa nell’anno in cui mi dovevo laureare in Scienze della Formazione a Milano, alla Cattolica. La cosa curiosa è che il giorno stesso che io parlai di verifica dell’ipotesi della verginità con un sacerdote, che mi seguiva nel percorso,  una mia amica che non conosceva i miei pensieri mi disse: “Sai, ho scoperto che c’è una tale Rachele che inizia un percorso simile a quello che fanno i sacerdoti”. Quando me lo disse io osservai: “No, questo non c’entra niente con me (dovevo ancora capire quello che mi era successo), poi diventare missionaria, non c’entra niente”.  A volte il Signore si diverte a guidarci dove non pensiamo. Nel pellegrinaggio, come dicevo, mi ha veramente colpito questo sacerdote che era lieto, pieno di vita, e allo stesso tempo di una grande profondità, e che invitava tutti a prendere sul serio la vocazione anche se non strettamente religiosa. C’erano con me due mie compagne di università che adesso si sposano entrambe. Questo incontro è stato per me un momento grande. Ho sentito il fascino della vita religiosa. Lo stesso anno è entrato in seminario un mio caro amico che è tornato per Natale e, dal suo racconto, ho capito che quello era ciò che desideravo anch’io. Più avanti, questo mio amico mi ha fatto conoscere don Paolo Sottopietra. Ho parlato con lui, che mi ha invitato alla celebrazione dei primi voti di Rachele. Sono andata a Roma dunque per la prima volta, mi sono messa in una posizione nella chiesa da cui ho potuto vedere tutto molto bene e vedere una ragazza così giovane che diceva un sì così deciso e per sempre, mi ha fatto sobbalzare e ho detto: “Questo è quello che desidero io”.  Poi, conoscendo un po’ di più le missionarie ho proprio visto che era questa la possibilità che io cercavo, cioè portare la bellezza di ciò che avevo incontrato, la bellezza di una vita cristiana, di una compagnia cristiana, a tutto il mondo.

Presidente

Tutte, parlando della vocazione avete sottolineato l’importanza del sacerdote,  dell’amicizia e quindi è fondamentale che noi ci predisponiamo ad essere amici e comunicare anche la nostra fede a tutti, anche a tutti i giovani. Quindi, comunicare è molto importante. Una cosa che volevo chiedere. Le vostre famiglie come hanno reagito alla vostra scelta? Erano già un terreno arato oppure …

Suor Maria Grazia

Io volevo parlare dell’importanza della famiglia, che per me è stata decisiva. La mia famiglia era del movimento Comunione e Liberazione quindi le devo gratitudine prima per l’educazione che mi ha dato e anche per avermi  lasciato proprio libera di conoscere la compagnia dei miei coetanei e amici, avermi  veramente lanciato verso un’avventura che era mia. Però la seconda cosa che ho ricevuto e per cui sono loro veramente grata è stato avermi insegnato la fecondità del dolore e della sofferenza offerta. Questo, secondo me, è il messaggio da dare alle famiglie, quello di non venir meno di fronte alle croci che  opprimono. Questo, per la mia vocazione, lo considero veramente fondativo, cioè la mia vocazione nasce sicuramente dal sacrificio che mia madre ha offerto per me. Io sono certa di questo anche perché coscientemente me l’ha detto più volte. Lei ha avuto sei anni di malattia per un tumore ed è mancata proprio l’anno in cui sono entrata a Roma. Ma mi ricordo che mi diceva: “Non tornare, stai lì, il tuo posto è quello lì, la tua casa è quella”.

Suor Elena

La mia famiglia ha reagito molto bene, tutti contenti e quasi onorati. Io trovo che oltre le cose che ha detto Maria Grazia anche la preghiera in famiglia sia molto utile finché si è giovani, bambini o adolescenti, anche la preghiera insieme e nel momento in cui un figlio se ne va di casa, la preghiera dei genitori per i figli e dei figli per i genitori. Questo è quello che noi stiamo sperimentando oggi. Le nostre famiglie sostengono la nostra vocazione  con la preghiera anche se non ci sentiamo per moltissimo tempo. Anche noi ci teniamo in contatto con le nostre famiglie mediante la preghiera..

Sara (novizia)

Penso che una vocazione di questo tipo non sia un dono dato solo a me, ma è dato a tutta la nostra famiglia. I miei genitori non se l’aspettavano, sono cattolici, però non se l’aspettavano perché, avendo io incominciato a lavorare, insegnavo, immaginavano che avrei continuato su quella strada anche perché ero molto contenta. All’inizio mio papà, soprattutto, è rimasto un po’ perplesso, però ha visto con chi sono e, conoscendo dove sono, soprattutto vedendomi felice, sta cominciando ad abbracciare la nostra storia come se fosse la sua e la loro storia. E questo ci tiene insieme in un modo veramente grande, anche nella lontananza, perché io sono di Sondrio, sono Valtellinese, e quindi i miei genitori sono un po’ lontani da Roma. Esaminando un po’ a fondo quello che è chiesto a me e quello che è chiesto a loro come famiglia, siamo più uniti che mai. Se fossi rimasta a casa non avremmo raggiunto questa qualità di rapporti.

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