Don Davide Bernini: le Beatitudini nel commento di Benedetto XVI

feb 21st, 2011 | By | Category: Apertura

Don Davide Bernini Docente alla Facoltà di Teologia dell’Italia Settentrionale, della Sezione del Seminario Arcivescovile di Genova, ha presentato ai serrani di Genova Nervi il tema delle Beatitudini nel commento di Papa Ratzinger. “Prima di esaminare le  singole beatitudini – ha riportato Sergio Borrelli dalle parole di Don Davide Bernini – è stata sottolineata la centralità  del Discorso della Montagna, cuore della predicazione di Gesù. Richiamandosi ai Padri della Chiesa, Agostino e Tommaso in primis, il relatore ha inquadrato il tema della serata in una corretta cornice teologica:  l’agire morale, ha spiegato, deve essere coerente con la domanda di felicità che è nel nostro cuore. I paradossi delle Beatitudini non devono essere vissuti, quindi, come legacci all’agire umano.

Al contrario, nel disegno divino, le Beatitudini, nel delineare l’identità del discepolo,  indicano  un percorso di crescita che sa dare una risposta piena al suo bisogno di felicità. Ma è un percorso che contiene un messaggio di radicale rottura con le facili scorciatoie della mentalità mondana, che promette la felicità con le seduzioni del possesso: denaro, carriera, potere, sesso. 

Il discorso della montagna, che si configura come introduttivo al testo di Matteo, è il primo dei cinque grandi discorsi che l‘evangelista, molto sensibile alla tradizione giudaica, ha inserito per dare consistenza alla narrazione. La scelta del numero 5 non è casuale, ma evoca il numero dei libri del Pentateuco, la Legge comunicata al popolo di Israele attraverso Mosè. Papa Ratzinger precisa, a tale proposito,  che “il Discorso della montagna è la nuova Torah portata da Gesù”, il nuovo Mosè (da Joseph Ratzinger Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007, pag. 91).

Va chiarito che le Beatitudini non sono il frutto di una particolare capacità o di una qualche forma di ascetismo; esse si sostanziano, invece, nel vivere la situazione richiamata da ciascuna beatitudine, che rinvia subito al cuore dell’uomo (sono felici quelli che sono poveri in spirito, etc.). In altri termini, la Beatitudine dei poveri in spirito è uno stato presente, non un risultato successivo.

La povertà in spirito non coincide con quella materiale, pur non escludendola. E’ povero chi sperimenta un’assenza, un limite che andrebbe colmato; egli aspetta qualcosa, dalla ricchezza di Dio in primis (a volte dai fratelli). All’opposto c’è il ricco che non aspetta niente, il Super-uomo che basta a se stesso. E qui il relatore, per evidenziare la necessità dell’altro, ha ricordato l’esperienza coniugale: lo sposo (a), infatti, non basta a se stesso(a), ma aspetta sempre qualcosa dall’altro (a).

La stessa liturgia matrimoniale, che celebra l’amore  reciproco tra gli sposi, non parla di dono. Lo sposo dice alla sposa: “Io accolgo te…” (fino al 2004 “Io prendo te“), non dice: “Io mi dono a te“; ciò indica che l’amore coniugale è strutturato in modo da accogliere, cioè far spazio e non solo donarsi all’altro. E’ come dire: “Io mi faccio povero perché riconosco che tu mi puoi riempire”.       

Da notare, infine,  che, secondo la mentalità corrente ai tempi di Gesù, il regno era un obiettivo molto desiderato, ma che era da conquistare. Ora, chi ha l’umiltà di attendere ancora qualcosa (pure dal coniuge), mostra di essere povero in spirito e di costruire il Regno, che Dio così può donargli.   

Sulla seconda Beatitudine, sarebbe riduttivo vedere in quelli che piangono un aspetto consolatorio. Afflitti sono quelli che, accettando la sofferenza e la fatica di stare con l’altro, mostrano un atteggiamento maturo di vita cristiana. All’opposto, troviamo quelli che, desiderando stare in pace, non partecipano alle sofferenze dell’afflitto. Tuttavia, nella logica delle beatitudini, la risposta giusta è farmi prossimo con lui, ma non c’è la pretesa di risolvere tutti i suoi problemi (analogamente, in Mt 25 c’è l’annuncio escatologico del Regno, che sarà riservato a quelli che hanno visitato i malati, il  che non significa che siano anche guariti; è importante, quindi, che quando l’altro è afflitto ci sia qualcuno pronto a consolarlo, a farsi suo prossimo, senza badare ai risultati; il concetto è ripreso anche da san Paolo il quale afferma con forza di gioire con chi è nella gioia e di piangere con chi piange, cioè di “farsi tutto a tutti” per il vangelo, 1Cor  9,22).

Circa la terza beatitudine, don Bernini ha precisato che è mite è chi riconosce all’altro lo spazio cui ha diritto e sa scoprire la sua ricchezza. L’altro va sempre accettato, anche rinunciando ai miei modelli di lettura della realtà. All’opposto c’è l’arroganza di chi non lascia spazio al suo prossimo. Il mite non lo schiaccia e se deve dire qualcosa che può ferirlo, antepone la carità alla verità. Il rispetto dell’altro rientra nella logica di Dio e ci fa diventare i miti che erediteranno la terra.

In merito alla Beatitudine di quelli che hanno fame e sete della giustizia, sarebbe riduttivo identificare il giusto con l’innocente (che di per sé non è ancora giusto); giusto è colui che, pur non avendo creato una situazione negativa, agisce per sanarla. Ma il Giusto per eccellenza è Gesù, non nel senso che è un buon giudice, ma per la libera offerta di sé: con la Croce ci ha giustificati, cioè ci ha costituiti giusti. Ed è solo nella ricerca e nell’affidamento alla Sua giustizia che saremo saziati.

Sulla quinta beatitudine il prof. Bernini ha precisato che il misericordioso (cui viene assicurato che, a sua volta, troverà misericordia) è chi sa sempre dare una chance all’altro. Sapendo che pure lui ha bisogno del perdono, non si ripiega sul passato, ma gli consente di ricominciare. Accogliere il perdono di Dio vuol proprio dire, come insegna il Pater Noster, saper a mia volta perdonare.  

A proposito dei puri di cuore, don Davide ha premesso che, nella Bibbia, il cuore non è la sede dei sentimenti (che, risiedono nelle viscere), ma corrisponde al cervello, che è il luogo delle intenzioni. Sono puri quelli che, nel leggere la realtà (compreso il proprio prossimo), sanno cogliere il positivo. Essi, dunque, vedranno Dio perché hanno imparato a vedere come vede Dio.

Circa la settima beatitudine il relatore ha osservato che operatori di pace sono coloro che, non solo non fomentano divisioni, ma sanno compiere un cammino che li fa diventare figli di Dio. Ad esempio, attraverso il gesto della purificazione della memoria, che libera dalle ferite del passato. Giovanni Paolo II ha avuto il coraggio profetico di farlo, anche con riferimento al Medio Oriente.   

Infine, la beatitudine dei perseguitati per causa della giustizia (che vedranno il regno dei cieli) si riferisce a coloro che non si lasciano scoraggiare dall’insuccesso, o dalla fatica di portare avanti  impegni gravosi. E’ un invito alla pazienza, a non arrendersi facilmente, a non lasciare che la fatica prenda il sopravvento, ben sapendo che la parola amore va declinata con il sacrificio”.

Il relatore – scrive Borrelli – ha infine aggiunto che “le beatitudini sono sale della terra e luce del mondo. Come il sale, oltre a dar sapore, impedisce la corruzione del cibo, così le beatitudini, oltre a dare senso pieno alla vita, possono neutralizzare la corruzione che investe la società. E la luce, non solo illumina nel buio, ma è punto di orientamento, indica la strada. Le beatitudini riflettono un raggio di quella Luce che, come dice l’apostolo Giovanni, splende nella tenebra e illumina ogni uomo. In altri termini, rivelano il volto di Dio che, con la Passione di Cristo, ci mostra come le beatitudini vadano vissute”.

Fonte, Sergio Borrelli dall’intervento ai Serrani di Genova Nervi del prof. Davide Bernini.

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